giovedì 10 febbraio 2011

E meno male che Simo c'è..

Reduce dalla due giorni con il mio Simie.
Come al solito mi lascia sempre più annammorata di lui, ferita, gioiosa e spronata tutto in un'unica, pratica soluzione.
Nel dopocena di lunedì alla Ratera, tra una birra e l'altra mi confida che vorrebbe fare un'esperienza analoga alla mia in Australia. E allora non capisco più niente, sono una faccia con 4859793285 denti che gli sorride.
E penso a lui sperso nell'outback e sento dentro di me la gioia dello smarrimento.
Ieri invece abbiamo passato insieme tutto il giorno. Per l'occasione mi sono messa il mio stupendissimo cappotto rosso (un amore che non posso), m'è venuto a prendere a Molino. In stazione per ritirare l'abbonamento del treno e in posta per pagare la multa per divieto di sosta per Sari (mannaja!).
E dopo a pranzo insieme al Be Floor, arredamenti bianchi, specchi ovunque, fuori c'è un solissimo che entra dalle finestre. Mi decido per un pranzo leggero, salmone e verdure. E partiamo con le conversazioni esistenziali. Conversazioni in cui ogni volta tira fuori il meglio e il peggio di me, quel peggio che pochi conoscono e che nessuno mi fa vedere. E lui me lo sbatte in faccia e fa così male che scoppio a piangere come una cogliona, mentre mangio, con l'arredamento bianco, il parquet, gli specchi, i raggi di sole e la gente intorno.
E io lo amo per questo.
Perchè solo chi può tenere a me così tanto può pensare di farmi tanto male per farmi tanto bene, per spronarmi, per mettermi davanti ad uno specchio che copro sempre con un drappo nero. Per non guardarmi dentro, chi cazzo è che vuole guardarsi dentro così in profondità?
E lo amo perchè poi, dopo la visita medica per il rinnovo della patente (sua vera ragione di ritorno) mi porta a mangiare il gelato più buono della mia vita. Da Grom. Crema di Grom, pistacchio e nocciola, panna e cacao.
http://www.grom.it/ita/
E insieme mugoliamo di piacere ad ogni cucchiaiata. In macchina, parcheggiati sulle strisce gialle di una strada borghesissima, in un'utilitaria proletaria, a godere della meraviglia del gelato e della meraviglia della fauna del quartiere: improbabili borghesotti e ricconi ignari che portano a spasso cani in tenute da Star Trek o che fumano sigari vestiti con abbinamenti a caso e con fare da magnaccio.
E poi siamo andati da Pete a salutare il nuovo arrivato Simone, bimbone di 4 mesi con gli occhioni a mandorla. E ho fatto la brava ragazza.
Dopo, salto a casa sua, m'inciprio il naso e via, verso la cena sui navigli con gli altri. E come al solito parte lo show. Quello delle mie figure grottesche e trash e quello dei nostri trascorsi insieme alle superiori.
Finchè non mi rendo conto di quanto mi sia piaciuto quel giorno e che fra poche ore ci dobbiamo salutare. E mi piglia il magone. E dopo in macchina, fuori dal mio cortile, scoppio a piangere come un vitello scotennato al pensiero che non so quando lo rivedrò e che invece è una di quelle persone con cui vorrei e dovrei passare il mio tempo libero.
E con lui Silvia, che non vedo mai, ma che ho marchiata a fuoco sulla mia pelle. E che nella milionesima coincidenza del trio delle meraviglie che costituiamo, mi squilla da Londra mentre io e lui siamo in macchina. E non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi mentre scendo e cerco d'ingoiare quell'improvviso, lacerante, stupido dolore.
Quant'è intensa la vita a volte, quanto ti si appiccica addosso e ti rimane come un nodo in gola e un fiume dietro gli occhi.
I love you, man.

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