sabato 22 ottobre 2011

I primi freddi, il pazzo shopping e Anish Kapoor

Meglio, si, sto meglio, la squilibrata più squilibrata della Brianza sta meglio.
E ammette anche di essere stanca morta. E anche già un pelino rotta di quest'inverno.
No, no e no. Nessuno riuscirà mai a convicermi del fatto che "FREDDO E' BELLO". No.
Tempo di primi cappottini, di prime accensioni del mio fidato caldo bagno, tempo di indecisioni sull'investimento di denaro in una termo coperta, tempo di "No, cazzo, è già buio, voglio il soleeeeeeeeeeeee! Sole dove sei, dove cazzo seiiiiiiiiiiiiiiiii?????".
Questa settimana è stata più movimentata delle altre, ma non eccessivamente, diciamo.
Lunedì sera cena messicana col mio cuginetto Teo e i nostri acciacchi di cuore, più i suoi che i miei, ormai sono arrivata a realizzare che la scorzetta esterna che mi circonda si sta ispessendo sempre più. E così abbiamo passato la serata tra nachos, onion rings, sangria, enchiladas, chili con carne e pettegolezzi e confessioni.
Martedì shopping-pazzo-aperitivo con Silviotta (abbiamo stabilito che i martedì saranno nostri!); ci siamo ritrovate a Lanza all'uscita dal lavoro e abbiamo raggiunto un negozietto di via Pontaccio in cui ci ho lasciato ben più di 200 euri in cambio di tre paia di scarpe scandalosamente bellissime! Come sempre il duo Silvia e Mary ha sfornato scenette deliranti davanti ad una commessa fichissima che ad un certo punto ci ha chiesto: "Voi non siete milanesi, vero? Altimenti non sareste così simpatiche!". La serata è poi proseguita in un localino di via Mercato, completamente deserto a parte noi due, il barista e una cantante da piano bar che cantava al piano superiore, di cui ci siamo rese conto solo quando siamo andate in bagno prima di andare via.. Anyway, il prosciutto crudo più buono che abbia assaggiato da un bel po' a questa parte, ci torneremo!
Mercoledì la mia baby lady fidanzatina è venuta qui, l'avevo invitata proponendole una romantica serata davanti al caminetto acceso, ma poi la legna era poca e abbiamo desistito.  
Giovedì sera mi sono buttata sulla cyclette, stanca della panza che ormai non fa altro che avanzare.  
Ieri sera estetista fino alle 21, erano mesi e mesi e mesi che non facevo una pulizia del viso e si vedeva!  
Oggi, con Jessica, traversata di Milano a piedi e coi mezzi per vedere prima Anish Kapoor e poi dei bellissimi vestiti. Con tutti gli handicap sull'orientamento del caso, siamo riuscite ad arrivare alla fabbrica del vapore e ci siamo trovate davanti questo (io in versione primo cappottino autunnale/non fotografarmi, dai, faccio schifo/follow me into the big big pussy): 
  Qui potete vedere un'immagine intera dell'opera. Si chiama "Dirty Corner" ed è un tubo di acciaio lungo 60 metri in cui si può entrare. Prima ti fanno firmare una liberatoria in cui si scaricano di ogni responsabilità in caso di tuo malessere e in cui ti dicono che se dovessi sentirti male dentro, si può tornare indietro, anzi si deve. E la cosa inizia a farsi intrigante. La scultura è molto bella in sè, ma non se ne vede la fine. Ovviamente appena si entra si vede bene, c'è tutta la luce che passa ancora. Ma dopo pochi passi, il buio avanza e non c'è rumore, solo quello delle persone che ti seguono o precedono. C'è l'eco però. Quello che manca è il buco alla fine. E cammini, cammini, t'immergi in questo grembo immane, e ti chiedi se ne verrai mai fuori. E hai un pelino di paura, però la parte razionale di te sa che non c'è nessun pericolo in quel buio. Non ci saranno ostacoli, tutto sarà pulito per terra, ma nonostante questo ti cachi un attimo in mano.
Bello. Io gongolavo come una pazza, Je ha avuto un attimo di esitazione, ma poi l'ho presa sotto braccio e me la sono tirata con me. Per un secondo m'è tornato in mente quando con Silvia a inizio settembre siamo entrate nel tunnel dismesso delle ferrovie dello stato che c'è a Corniglia, ma lì era veramente veramente wild e imprevedibile. Ad un certo punto, quando meno te lo aspetti finisce poi tutto e sbuchi in un'apertura laterale che da lontano non si vede.
L'abbiamo fatto due volte, avanti e indietro, bellissimo.
L'arte contemporanea sa sempre darmi nuovo ossigeno con le sue allegorie.
Pensare che basta girarsi un attimo per vedere tutto più nitido e a fuoco è utile nei momenti di difficoltà.

venerdì 21 ottobre 2011

Muffin Magic!

Non ve l'ho detto, ma durante l'estate appena passata ho incontrato i mitici MG e Brett, i titolari del ristorante in cui ho lavorato l'anno scorso a Sorrento, Australia. :)
Ogni anno, a giugno, chiudono l'attività e si sparano un'estate italiana.
E' stato bellissimo, lei è la solita intrattenibile, inconfondibile, straripante e scoppiettantemente affettuosissima MG, Mary per me, Maria Grazia per i documenti. Lui il solito rilassato e moderato buontempone, con la mimica più simpatica di tutto il Victoria, Brett per tutti, Topi per MG. Eccoli.
Lavorare con loro è stato bellissimo, sono due personaggi che un libro non basterebbe, conoscerli ancora meglio. Le pillole di divertimento puro che ci hanno confezionato a noi dello staff erano micidiali, soprattutto perchè assolutamente non fabbricate ad arte. E poi con lei ho quasi da subito (quello che la tratteneva era il mio segno zodiacale) instaurato un bel rapporto di complicità. Vuoi perchè abbiamo lo stesso nome, perchè alla mia età viveva a Milano, e che d'indole siamo un pelo tendenti al divertimento e allo shopping pazzo, ci siamo trovate! E' stata sempre carinissima con me e mi ha anche chiamata diverse volte quando sono tornata ed ero continuamente appoggiata al muro del pianto.
Così, nella prima metà d'agosto, in uno dei miei giorni off al call center sono andata a trovarli sul lago d'Iseo, abbiamo fatto una merenda insieme a base di brioche al gelato (il must della mia estate 2011) e poi una passeggiata. Rivederli mi ha resa piena di gioia anche perchè la mia cara Maaaaaaaaaaryyyy mi ha portato in dono un libricino con tante ricette di muffin direttamente dall'Austraglia! Ho voluto subito testarlo e i risultati sono stati buonissimi! Eccone uno insieme al libro:  
Traduco e riporto la ricetta qui di seguito.
Ingredienti: 300 gr di farina
1 bustina di lievito
1 cucchiaio di bicarbonato
150 g di zucchero
1 uovo sbattuto
200 ml di latte di cocco
buccia grattuggiata di 2 lime
100 ml di olio di girasole
50 g di cocco essiccato

Procedimento:
Riscaldare il forno a 200°, foderare di pirottini lo stampo dei muffin.
Mescolare in una ciotola la farina, il lievito, il bicarbonato e lo zucchero.
In un'altra ciotola, mescolare l'uovo, il latte di cocco, la buccia dei lime, l'olio e il cocco essiccato. Versare tutto nella ciotola con gli ingredienti secchi e mescolare poco, giusto per combinare insieme gli ingredienti.
Riempire i pirottini fino a 3/4 e infornare per 20 minuti.
DA ACQUOLINA!

domenica 16 ottobre 2011

Totalmente, completamente, FOTTUTAMENTE in sbatta!

Slang giovanile (come me) milanese.
E' di solito l'abbreviazione di 'in sbattimento' e può indicare due livelli di coinvolgimento, quello temporale-materiale, in cui di solito il protagonista è subissato di commissioni da sbrigare, lavori da fare, persone da incontrare, obblighi, appuntamenti. Per cui se vi capiterà di aver a che fare con qualcuno in sbatta a questo livello è molto probabile che vi sentirete rispondere qualcosa del genere: "No, guarda, non posso, devo portare mia nonna all'ospedale per i controlli al diabete e poi andare dalla sarta per mia zia, come se non bastasse tutto questo mi capita durante la settimana del trasloco, e devo pure ancora compilare il censimento, GUARDA, SONO DAVVERO IN SBATTA!".
L'altro livello di coinvolgimento è invece di tipo emotivo, in cui di solito il nostro ipotetico protagonista piuttosto che essere oberato d'incombenze materiali, è assalito e strozzato da pensieri inquietanti e profondi. Un chiaro esempio potrebbe essere: "Ti va se ci vediamo per un aperitivo?" "Guarda, è quasi un anno che sono tornata dall'Australia e mi sembra di averlo buttato nel cesso tutto questo tempo, mi sento irrequieta, so che ho tutto un mazzo di carte davanti e non so a che cazzo di gioco giocare, sono totalmente, completamente, FOTTUTAMENTE in sbatta! Mi spiace.."
Ecco. 
Io sono la seconda protagonista. 
Daje. 
Riassumendo. 
C'è stato il rientro coi suoi traumi vari. Poi il lavoro, il primo coi suoi vari traumi. Il secondo forse peggio. L'attesa che aprissero i visti per il Canada. E quando poi finalmente è successo, trovarmi davanti Mirko e dire, mah, aspettiamo un attimo. 
Finchè, più andava avanti e più mi convincevo che dovevo ripartire. E poi mi sono iscritta alla scuola di pasticceria. E con Mirko è finita. E poi la notizia del nuovo lavoro.
E mi sono sentita un fiume in piena, piena di energie, di vitalità.
E le vacanze. E che vacanze! Un po' on the road, un po' on the train, un po' on the plane, un sacco di cose bellissime del mio Paese. 
E poi torni a Milano e c'è il lavoro nuovo. E mi piace. I colleghi sono tutti simpatici e carini, siamo in pochi, ci sto talmente bene che facciamo tutte le pause pranzo insieme tutti i giorni e io non sclero per il bisogno di starmene un po' da sola. 
Ma. 
Arriva la crisi dei 30 anni. Insieme a quella premestruale. 
Pesantissima. 
Passa, quella premestruale, ma non quella dei 30 anni, se la vogliamo chiamare così. Non accenna a passare, anzi, si gonfia sempre più. Mi ritrovo a pensare che io non voglio vivere così, con il mio tranquillo 9-18 in ufficio in centro a Milano, che la sera sei stanca e non hai voglia di fare un gazz e poi pure il weekend e sono già passati quasi due mesi e io non me ne sono manco accorta. 
Mi sono ritrovata un giorno di questi che io non voglio che la mia vita mi scivoli così tra le mani senza che io me ne accorga. No. E allora che fare? Hobby? No, io ho sempre odiato gli hobby, sono sicura che non mi sentirete mai dire "Ah, sai, mi sono appena iscritta ad un corso di disegno all'acquarello! Ieri abbiamo fatto le montagne!" No. Non lo farò mai, credo. Come non l'ho mai fatto. 
Perchè? Boh, credo che sia perchè non mi voglio prendere per il culo. Così tanto almeno. C'è che io, facendo una cosa del genere, lo leggerei come un bisogno di dovermi distrarre dalla mia quotidianità. E io no, non voglio essere distratta, cazzo, la mia vita la voglio vivere.
E anche bene. Voglio andare a letto la sera e sorridere della mia giornata. Svegliarmi la mattina e dirigermi contenta verso un nuovo giorno. Voglio pensare ai mesi trascorsi e dire, ah, che figata!
E si, direte, chi cazzo è che non vorrebbe essere così? Ma la vita vera è un'altra, cara! Nella vita vera bisogna soffrire e arrancare e sudarsi ogni cosa! No, no! Tutti abbiamo questa sensazione, chi cazzo ti credi di essere?! Però tutti ci svegliamo la mattina e facciamo quello che dobbiamo fare. E anche tu lo devi fare. Pensi che scappando ancora risolverai qualcosa? Pensi che quando andrai in Canada poi non dovrai tornare? E cosa farai? Starai qui e dopo pochi mesi ripartirai? E poi? Quando avrai 50 anni e l'artrosi precoce che cazzo farai? 
E io, francamente, non so cosa rispondere, se non che questa cosa mi fa male. Mi fa stare male. Non riesco a mettere la testa sotto la sabbia e fare finta di niente.
No.
Non ci riesco proprio.    

venerdì 14 ottobre 2011

Un filo d'olio

Anche se non sto più postando 'recensioni' non è che abbia smesso di leggere, anzi! Cercherò di rimediare il più possibile, ma non prometto niente!
Una sera di questa meravigliosa estate appena trascorsa, girovagavo per i corridoi del supermercato e nella sezione dei libri, sono stata subito attratta da questo. Avevo già letto un libro di questa scrittrice e m'era piaciuto, poi il titolo ha fatto tipo scattare una scintilla dentro di me.
Per non parlare di quando ho letto la trama:

"Da anni desideravo trascrivere le ricette dei dolci di nonna Maria, annotate da lei in un quadernetto con le pagine numerate e corredato di indice, un libro vero e proprio. Avevo in mente un lavoro a quattro mani con mia sorella Chiara; nonostante da quarant'anni viviamo in isole diverse, ogni estate ci ritroviamo a Mosè - la nostra campagna - e cuciniamo ancora come ci hanno insegnato mamma e zia Teresa. (...) L'idea era quella di far rivivere la cultura della tavola di casa nostra attraverso le sue ricette, fotografie d'epoca e alcune pagine "narrative" per le quali avrei attinto ai nostri ricordi e ai racconti di mamma".
Le ricette qui raccolte sono quelle degli anni e delle villeggiature delle due sorelle. E dalle pagine del ricettario familiare, limate dall'uso e dagli aneddoti, riaffiora tutto un mondo perduto di personaggi, di atmosfere e di sensazioni, i molti fantasmi benevoli che affollavano i giorni assolati di due bambine, in una grande casa patronale di metà Novecento.
Tra i sapori e i profumi delle ricette di casa Agnello ci sono quelli. mai nostalgici ma sempre intensi e fragranti, del tempo trascorso a cui il talento della scrittrice dona il gusto dell'eterno presente della vita.

Inutile dire che l'ho trovato fa- vo - lo - so; io - come molti del resto - sono personalmente attaccatissima alla mia infanzia e la guardo come ad un'epoca magica della mia vita in cui molti aspetti del mio essere di ora sono germogliati. Un'epoca della mia esistenza in cui ho incontrato personaggi mitologici e in cui affondano le origini delle mie passioni e paure. Una cosa magica, insomma. E magico m'è sembrato quindi anche questo libro, che unisce diversi aspetti della vita della protagonista; le scorribande in cucina con la sorella per rubare le formine di mele cotogne, i discorsi dei grandi origliati, le usanze estive di un podere agricolo, i giochi con gli altri bimbi. E poi, loro, le ricette. Di quella Sicilia che tanto mi ha colpita e affascinata quest'estate, praticamente un universo a sè stante nella nostra penisola.
Ah, un'altra cosa che mi ha colpita sono le foto. Io amo le foto. Mi ci perderei per delle ore. Ogni tanto vado in camera dei miei, apro il cassettone centrale dell'armadio di fianco al letto, il primo cassetto, prendo uno degli album e lo sfoglio, con calma, ma guarda qui la mamma, le assomiglio sempre di più, chissà dov'erano qui, e questo chi è? E alzati e vai a chiedere e immagina il momento in cui la foto è stata scattata, io dov'ero? Ero nata? E quand'è che mi avete tolto il ciuccio?
E' un viaggio, un salto nel passato, in un passato che io magari non ho mai nemmeno vissuto, ma che mi riguarda, perchè riguarda persone della mia famiglia.
E l'autrice, rendendo pubbliche così le sue foto, mi ha colpita molto, mi ha beccata lì dove sono sensibile, dove mi solletica la curiosità di pensare ad universi altri.
Di citazioni ce ne sono ben poche, ma non per questo dobbiamo farci scoraggiare.

Ma com'è noto Dio aiuta scecchi e picciriddi, e non ci capitò mai nulla.

Mi venne il dubbio che il vero motivo per cui i grandi mandavano a letto presto noi bambini fosse che volevano ritardare il più possibile il momento in cui avremmo scoperto le loro debolezze.

(...) e io stavo ferma, senza un lamento, conscia di avere puntati addosso gli sguardi dei vendemmiatori e di Luigi e memore della esortazione di papà: "Non devi mai dare l'impressione di non tollerare il dolore o di avere paura. Mai".

giovedì 13 ottobre 2011

E se abbiamo fatto trenta..

ASPETTIAMO per i trentuno, io direi!
Il 29 settembre ho fatto il passone, ho compiuto 30 anni.
E' stato un trauma per me, e ancora lo è.. Come ho avuto modo di scrivere questa mattina in un'email alle mie amiche espatriate, il tempo che passa mi fa girare le palle a trottola, proprio.
Talmente tanto che ho aspettato fino ad ora a pubblicare la foto della torta.
Non sapevo che fare. Ho addirittura pensato di non festeggiare, ma almeno in famiglia ci tenevo, l'anno scorso ero a testa in giù e l'anno prima non abbiamo festeggiato a causa dell'incidente di mia madre.
Diversamente dal solito non mi sono messa a cercare qualcosa prima, non ho pensato alla decorazione, alla base, a niente, fino all'ultimo momento.
Non ne avevo proprio voglia, insomma.
Quindi un paio di giorni prima dei festeggiamenti ho preparato il pan di Spagna. Come farcirlo? Durante la mia vacanza siciliana una mattina a colazione a Cefalù avevo mangiato una brioche con il ripieno di crema alle mandorle e ho pensato ad una cosa del genere, ma non ho trovato nessuna crema che avesse quella consistenza, quindi dopo aver fallito in una ganache al cioccolato bianco arricchita con farina di mandorle, ho fatto una semplice crema pasticcera con dentro le mandorle sbriciolate.
Primo disco panna e fragole, secondo disco 'crema alle mandorle'. Ok, torta fatta.
E la decorazione?
Ciuffetti di panna montata così? No.
Glassa di cioccolato? No.
Ero svogliatissima. Il giorno della festa sono andata sul sito della Wilton per cercare qualche idea. Volevo qualcosa di colorato, facile (avevo pochissimo tempo), ma anche di personalizzato. E poi mi sono imbattuta in lei.
Perfetta.
Il titolo è 'Mary quando scopre che compierà 30 anni'.
Una faccia terrorizzata/sorpresa/incazzata.
Esattamente come me quel giorno.
Eccoci, io, lei e il mio tatone.

venerdì 7 ottobre 2011

Missions impossible

Io non sono normale. Eccone, qui di seguito, due esempi pratici.
Ho prenotato in questo periodo una serie di esami che dovevo fare da tempo.
L’altro giorno per evitare spiacevoli inconvenienti dell’ultimo minuto, ho preso tutte le impegnative e mi sono segnata gli appuntamenti come memo sul cellulare. Il primo risultava essere quello di oggi, alle 15, chiedo pure permesso a lavoro per la visita, mando in aria tutte le carte mediche di casa mia per trovare le vecchie ecografie e i vecchi esami del sangue. Ieri sera metto tutto in borsa, non vorrei dimenticarmene domani mattina e arrivare lì senza niente! (come direbbe mia madre “non andare a caccia senza fucile!”)
Quindi stamattina, assonnatissima, col piede dolorante (questo è un altro racconto, che faccio più avanti), mi sveglio, mi preparo, prendo il treno, scendo a Domodossola e sento il cellulare che vibra, all’inizio penso ad un altro sms cazzuto della Vodafone, ma poi invece continua a vibrare (“e allora è una chiamata” penso), lo tiro fuori, è mia madre, mi cago addosso chiedendomi chi sia morto, rispondo e lei con la sua solita vocetta stritula mi dice: “Mary, guarda che hai lasciato il portafogli nella macchina di tuo padre!”. E io inizio a smadonnare, ma cazzo, parte pure una bestemmia (quando ormai ho messo giù), come cazzo faccio a pagarmi la visita? E il pranzo? Dovrò chiedere dei soldi in prestito a lavoro, ma che figura di merda!
Va beh, a lavoro dopo un po’ lo dico a Simona. Lei mi dice di prendere i soldi dalla cassa e poi di rimetterceli lunedì. Ok, perfetto.
Finchè, quando ordiniamo il pranzo, chiedo alla mia collega se può anticiparmi lei dei ticket e le spiego ‘sta cosa del portafogli. E lei mi chiede: “E la tessera sanitaria ce l’hai?”.
….
.....
No, la tessera sanitaria è nel portafogli ovviamente.
Non posso fare la visita, cazzo, cazzo, cazzo! Ora dovrò annullarla e prenotare per un’altra volta, chissà quando mi daranno l’appuntamento!
Chiamo il n° verde e chiedo se posso andare uguale senza tessera sanitaria. Il primo operatore mi dice che devo chiamare un altro n° verde, che lui non lo sa. La seconda operatrice, mi dice che non dovrebbero esserci problemi visto che il codice fiscale c’è già sull’impegnativa, ma che mi da’ il n° del Fatebenefratelli (dove avrei dovuto fare l’ecografia) per saperlo direttamente da loro. E quindi chiamo il terzo numero, dal mio cellulare ormai scarico di batteria, mi mettono in attesa per chiedere questa cosa ‘particolare’ e quando l’operatrice prende la chiamata cosa mi dice?! “Guardi, non le posso dare una risposta certa, però da qui al 7 novembre non riesce a recuperarla la tessera?”.
L’appuntamento non era per oggi, ma fra un mese. Ho messo giù scusandomi e ho iniziato a ridere al silenziatore da sola, piegata con la faccia sulla scrivania.

Io non ce la posso fare. Sono quasi 10 gg che prendo delle fialette per la concentrazione e non ce la faccio uguale..

E ora veniamo all’altro episodio che ha non del grottesco, non del surreale, non del demenziale, ma DELL’IMPOSSIBILE.
Domenica scorsa in pizzeria con una manciata di amici, prima d'iniziare a mangiare vado in bagno a fare pipì e lavarmi le mani; esco dal bagno e fuori nel disimpegno ad aspettare c'era una mezza allegra famigliola crucca il cui componente più giovane, che d'ora in avanti sarà citato come 'bambino di merda', mica mi pesta il piede sinistro facendomi un male della madonna? La mia subitanea reazione è stata un po' come quella di stamattina alla scoperta della 'perdita' del portafogli. Mi sono appoggiata al muro e ho iniziato a sgranare una sequela infinita di santi e madonne e abitanti del paradiso in genere. Sono poi tornata al tavolo e niente, per me era finita lì.
Ingenua.
Il giorno dopo mi sono trovata con un’unghia sanguinante. E mi sono detta, ma guarda tu quel bastardetto crucco di nemmeno un metro cosa mi ha fatto! Non avrà avuto nemmeno 5 anni!
MA QUELLO, AHIME’, NON ERA ANCORA NIENTE!
Per tutto il giorno ho sentito un dolore al collo del piede/caviglia. Ah, dev’essere da settimana scorsa quando ho preso quella storta! Penso. E faccio passare il dolore nel ‘dimenticatoio’.
Martedì mi fa un pochino più male. Inizio a non riuscire a camminare proprio bene. Ma minchia, mi dico! Come sono delicata! Può essere che per una storta presa giorni e giorni fa mi faccia ancora così male?
Il pestaggio del 'bambino di merda' m'era quasi sfuggito di mente.
Saranno i sandali, mi dico, ogni tanto ci scivolo dentro, basta sandali, mettiamo le Converse, strette strette così non scappo. La sera arrivo a casa e manifesto questo mio dolore ai miei. Mia madre mi dice di provare a metterci il Voltaren. E lo faccio, dopo la doccia prima di andare a dormire.
Il giorno dopo effettivamente la caviglia non mi fa più male, ma mi fa PIU’ male il piede proprio. Siamo a mercoledì ormai. Zoppico. Ho ricevuto delle chiamate da un numero privato durante la giornata, credo si tratti del gioielliere sotto i portici fuori dal mio cortile che mi chiama per dirmi che le pietre sono arrivate ( mi sto facendo fare un braccialetto personalizzato fichissimo), quindi tornando a casa in bici, mi fermo lì. Lascio la bici appoggiata ad un pilastro dei portici, ma evidentemente la metto male (ammettetelo che la tensione sta toccando le stelle nel leggere, vi state chiedendo, ma che cazzo le è successo?!?!?!?), la bici scivola e io per prenderla e non farla cadere la tiro per il cavo del freno che mi rimane in mano. Il cavo dell’unico freno ancora funzionante di quella bici. E io la mattina dopo devo andare a fare gli esami del sangue e riuscire ad essere in tempo per il treno delle 8.06. Col piede che fa male e questa emergenza ‘sanitaria’ la bici mi serve per forza.
Quindi entro dal gioielliere, non mi aveva chiamato lui, ma le pietre ci sono lo stesso, quelle blu non mi piacciono, le voglio più blu, quindi ritornerò. Arrivo a casa, mi tolgo le scarpe, il piede è gonfio, non tanto, ma se lo confronti col destro si nota. Mia madre mi propone il ghiaccio, ma no, lascio stare. Chiedo a mio padre se può aggiustarmi il freno della bici perché domani mi serve per forzissima. Mi risponde che si sta purgando (solo mio padre potrebbe dare un risposta del genere) per la colonscopia di domani, non può assolutamente muoversi dal piano superiore della casa. Va beh, ci provo io, ma non riesco. Durante la notte la cosa peggiora, mi sveglio ogni tanto con la sensazione che il piede si gonfi sempre più, anche sotto e che soprattutto il dolore aumenti.
Cazzo, fa male. Quindi ieri mi sveglio con mezz’ora d’anticipo, mi butto per le strade di Bovisio con la bici manomessa e arrivo all’Asl in tempo per farmi approcciare da un tipo con evidenti disturbi mentali (non scherzo) e per giungere col braccio levato davanti all’infermiera alle 7.58 e dirle, ho il treno tra 8 minuti, fai te.
Incredibilmente riesco a prendere il treno (era in ritardo di un paio di minuti) e arranco verso il lavoro. Ho preso un permesso nel pomeriggio perché devo andare a prendere mio padre all’uscita dalla colonscopia. E intanto medito di:
A) Passare dal mio medico per farle vedere il piede. Ma poi penso, si, lei me lo guarderà, mi dirà di prendere degli antinfiammatori e mi farà l’impegnativa per andare a fare la lastra che riuscirò a fare tipo a metà dicembre, quando ormai il piede o sarà guarito o sarà da amputare.
B) Quando vado a prendere mio padre a Paderno, se c’è un pronto soccorso, ci vado e mi faccio le ore e ore di attesa, ma almeno mi fanno una lastra direttamente e poi vediamo.
C) Vado dal mio osteopata e lo imploro di ricevermi.
D) Me ne fotto.
Titubo molto, tra la prima e l’ultima. Ma poi non prendo una decisione. E intanto fa male, così male che non poggio bene il piede per terra e inizia a farmi male di nuovo la caviglia visto che cammino storta. Arrivano le tre (la uno, la due e la tre!) ed esco, arranco verso Domodossola per prendere il treno, scendo a Paderno Dugnano, mi faccio quelli che mi sembrano 548 km per arrivare all’ospedale (anche un cavalcavia trafficatissimo in salita), chiedo alla ‘reception’ dove fanno le colonscopie, seguo le indicazioni della ‘receptionist’, scendo le scale giusto in tempo per vedere un mio padre tremolante che a digiuno dal giorno prima ha subito una colonscopia con anestesia e prelievo di polipo sospetto. E una mia madre che dal basso dei suoi 140 e rotti cm cerca di sorreggerlo. Li prendo e li porto su all’accettazione dove mia madre dovrà consegnare non so che fogli e io raggiungo zoppicando il pronto soccorso.
Suono e dopo 5 minuti mi chiamano per l’accettazione. L’infermiera mi chiede com’è successa la cosa e mi sento un’idiota mentre le rispondo che un bambino m’ha camminato sul piede.
Faccio un risolino isterico, lei mi guarda come se fossi una malata di mente.
Aspetto una mezzoretta durante la quale i miei propositi dittatoriali e sterminatori nei confronti del genere umano si affacciano molto prepotentemente alla mia mente (ma che rime!). Poi mia madre mi chiama e mi dice che loro hanno finito, che mio padre non sta tanto bene e che vorrebbe andare a casa. Quindi mi alzo, ricitofono al pronto soccorso e gli dico che me ne vado.
Tornando a casa in una MI-MEDA incredibilmente trafficata per essere le 5 del pomeriggio, mi viene in mente che potrei cedere alla tentazione dell’opzione C. E così faccio. Lascio i miei a casa e vado a Cesano, entro nel centro del mio osteopata, chiedo alle receptionist se mi può vedere anche solo per dirmi cosa prendere finché non riesce a trattarmi. Loro mi rispondono che è già in ritardo di un quarto d’ora sulla tabella di marcia e che fargli vedere il piede equivale a fargliene perdere almeno un altro e che è meglio se prendo un appuntamento. Appuntamento che mi possono dare per martedì alle 18.45, il che vuol dire che devo chiedere un altro permesso. Titubo, cazzo, non posso chiedere tutti ‘sti permessi, ma il piede mi fa male, ma magari passa da solo, no, non può passare da solo, ma minchia..
Mentre nella mia testa si svolge questo dibattito appassionante squilla il telefono del centro, sono le 17.11, la signora dell’appuntamento delle 17.15 chiama per annullare.
SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!! Che culo malefico! Propongo a tutte e due di partecipare ad una colletta per l’acquisto di gratta&vinci, ma rifiutano ridendo.
Quindi il mio fantastico e mitologico osteopata finalmente esce dallo studio con il paziente prima di me, mi vede, mi squadra mi riconosce, mi stringe la mano. Io già mi sento meglio..
Beh, arriviamo al dunque.
Quel bambino nano malefico di merda, i cui nonni saranno stati di sicuro delle SS che praticavano esperimenti genetici sui gemellini, mi ha provocato una brutta distorsione allo scafoide, me l’ha abbassato! Quindi lui me l’ha sistemato (è incredibile come gli osteopati siano sensibili, teribbile), fasciato e ora lo devo tenere così per 5 gg e vedere come va. Già oggi riesco a camminare col piede dritto. Bene.
Intanto questo scherzetto m’è costato 50 euri..