lunedì 1 ottobre 2012

E la vostra 31enne preferita?!

Arranca, sbuffa e risbuffa.

Ma intanto ha pure preparato la torta per il suo 31esimo compleanno. Una strawberry meringue layer cake, della mitica Nigella Lawson che ho trovato qui. Io l'ho modificata aggiungendo 30 gr di cacao e anche altri 4 cucchiai di latte.



E come direbbe il caro Adriano, E INTANTO IL TEMPO SE NE VA...

Ci sono, ci sono, sono ancora viva.

lunedì 25 giugno 2012

Il mio 6enne preferito

E come ogni 24 giugno da sei anni a questa parte, s'è festeggiato il compleanno del mio nano maledetto, yeaaaaaaaaaaah!!!!!!!
La torta l'ho fatta in pasticceria questa volta, gli invitati erano assai assai.
E quindi sabato pomeriggio in un caldo affricano mi sono occupata dell'assemblamento del pan di Spagna al cacao con la bagna e la crema chantilly aromatizzata alla vaniglia.
Domenica, dopo aver finito tutto il resto in laboratorio e dopo 6 ore in piedi, ne ho passate altre 2 a fare lo zuccotto/pallone e la copertura di tutto.
Lo so, è pacchianissima,  quella di Batman dell'anno scorso m'era piaciuta molto di più, però il pupo la torta dell'Inter voleva e ogni suo desiderio di torta è un ordine!

venerdì 15 giugno 2012

I am an Elvis fan

E della serie Ci piacciono i vip irranggiungibili e della serie Siamo proprio delle invasate, ma anche della serie Anniversari macabri mi sono iscritta a questa fantastica e spiritosa iniziativa il cui risultato è una foto di Elvis, banale anche, ma realizzata con una mosaico di foto che ritraggono i suoi fan.

E ci sono anche io!!!!!!!!!

E sono sopra il ciuffo!!!!!!!

martedì 12 giugno 2012

God was there

Questo è uno di quei post che vi invito cordialmente a NON LEGGERE se non avete la testa e la voglia di fermarvi per bene un pochino e vedervi tutti i video e i link che lo contengono.
Go away, lazy people.
Ok.
Ci siamo quindi?! Siete pronti?!
Ve lo chiedo proprio come l’ha chiesto LUI alla 25esima canzone che ha cantato, la 25esima di 33.
Giovedì 07 giugno 2012.
Teribbile.
Born in the USA allo stadio di San Siro a 30 anni suonati io, a 62 cantati LUI.
Credo sia proprio questa la canzone con cui l’ho conosciuto, banalmente. Un’adolescente che scava tra le musicassette registrate del fratello maggiore e ne trova una con Bruce Springsteen su un lato e Vasco Rossi sull’altro. E ascoltati Vasco che ascoltati Vasco, ad un certo punto ho dovuto per forza girare la cassetta e sentire l’altro lato per tornare poi a sentire Vasco.
Ed è così che ho incontrato il Boss.
Durante i miei insulsi anni successivi non ci ho mai dato tanto peso, si, beh, Bruce Springsteen, cantante famosissimo, ok, ok, ogni tanto hungry heart in una compilation, born to run in un'altra, ma niente di più. Finchè poi 4 anni fa capita che Silvia ha i biglietti per il concerto a San Siro che aveva preso per sé e la sua famiglia, che purtroppo non poteva venire.
E allora mi ha chiesto se mi andava di andarci al posto dei suoi con lei. Proviamo, mi sono detta.
E lì è scoccato l’ammore folle che mi spinge ad andare ad ogni suo concerto nei paraggi.
J
Esattamente come giovedì scorso: San Siro (prega per noi) è il suo tempio delle performace dal vivo e questa volta il Boss ha ben pensato di onorarlo, dedicandogli il secondo concerto più lungo della sua carriera, dopo quello del 1980 a Uniondale, NY, la notte di Capodanno.  
Cito testualmente il quotidiano La Repubblica che il giorno dopo diceva: "Quattro ore in cui ha spiegato come è possibile salvare la vita di settantamila persone con il rock'n'roll, nelle quali ha spiegato, a chi non lo avesse ancora capito, che dopo Elvis c'è solo lui."  

E vi basti sapere che persino io me medesima, colei che ama Elvis più di sua madre, non ha assolutamente nulla da ridire sull'ultima frase. Pensate un po'.
Cito poi, sempre testualmente, un sms inviato a due colleghe a concerto appena appena appena finito: "Per quel che mi riguarda potrei pure morire ora!"
Eh, si, perchè un concerto del Boss, di base, è una cosa sovrumana, qualcosa che ti dici tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita, qualcosa che proponi un po' a tutte le persone a cui tieni e con cui vorresti vivere insieme un momento speciale.
Di base, ho detto, perchè se invece vogliamo parlare del concerto di giovedì scorso a San Siro, ragazzi miei, chevvelodicoaffà, unbelievable.
Ci tengo a precisare che io di musica non ne capisco un cazzo.
E con questo voglio dire che a me dei nomi dei componenti della band, dell'anno in cui è uscito un album, dei pettegolezzi dietro, dello show business, non me ne frega niente, io voglio la musica, quella che mi fa stare bene, che mi fa sorridere e sentire viva. E il mio Bruce svolge in maniera porca questo lavoro, quindi non aspettatevi critiche musicali o altro da questo post, solo le mie nude e crude emozioni.

Ma andiamo con ordine.
Ho iniziato a sentire un pelo di adrenalina se mi fermavo a riflettere che sarei andata al concerto, dal giorno prima.
Il giorno del concerto ho preso mezza giornata di ferie, mi sono ingozzata alle 12.50 con una pizzetta, alle 13 sono schizzata fuori dall'ufficio. A casa mi sono sciacquata e cambiata e come una scheggia alle 14.45 ero a Pero, sui gradini della casa di Albo ad attenderlo. Fortunatamente è arrivato in men che non si dica, ci siamo fatti un caffettino, abbiamo cazzeggiato un attimo e poi siamo partiti alla volta dello stadio. Parcheggio super tattico a Lampugnano tra le case, senza manco pagare (righe bianche), c'incamminiamo verso il mostro di cemento, prato e anelli ed entriamo. Raggiungiamo sul pratone i cugini e lo zio che è fresco fresco d'infarto e che è voluto venire uguale, io lo guardo e gli dico una cosa del tipo "Sappi che se stai male, io me ne sbatto il cazzo". E lui invece per ricambiarmi, mi racconta tanti pettegolezzi e curiosità delle rock star, affascinante. Ci vuole una birretta per calmarci, l'accattiamo e lei, svolge il suo porco lavoro.
Aaah.
E quindi c'assettiamo e attendiamo, siamo proprio attaccati alle transenne che dividono noi cazzoni comuni mortali da quelli che coi loro super poteri hanno atteso non so quanto e sono stati ammessi davanti al palco. Stronzi. O Super Eroi. Boh.
Dopo un po' arrivano anche Pol e Pola e tra un panino con la porchetta e un'altra birretta e una tappa ai cessi chimici, usciamo belli carichi e ci ritroviamo tutta la gente che poco prima era seduta e sdraiata e scazzata a terra, tutta bella in piedi e carica.
Le informazioni che mi giungono sono: inizia prima, alle 20, gli hanno tolto il divieto di suonare oltre la mezzanotte (nel 2008 s'era beccato una bella multina di pare un milioncino di euri per aver sforato di 15 minuti, omaggio della cara Letizia Moratti), gli hanno concesso 2 decibel in più rispetto al normale.
Ge - sù, penso..
Iniziamo ad accalcarci verso la calca, arrivano le 20 e non si vede nessuno, si chiacchiera nervosamente di cazzate, partono cori, c'è gente che lo chiama.
Niente.
Albo vuole fare la prova e vedere se riesce a tenermi sulle spalle, come gli chiedo di fare da mesi ormai, proviamo e sento il mio dolce peso far tremolare il suo corpicino, ma WOW, che colpo d'occhio al palco, ragazzi..
Non funziona, non posso ucciderlo così, ha tutta una vita davanti.
Scendo.
E io non vedo un cazzo.
Va beh.
Ci stringiamo sempre di più, io sorrido come una cogliona con un'emiparesi.
Sono le 20.16, niente.
Le 20.24, ancora niente.
Quella sarà stata l'ultima volta che ho guardato l'ora. Poi sono entrata nell'onda e quando parte la colonna sonora di Once Upon a Time in America, del mitico nazionale Ennio Morricone, l'intero stadio non è nient'altro che un grande formicaio di formichine impazzite.
Io per prima.  
Un brusio stordente ci circonda, poi arriva la band e lui per ultimo.

CIAO MILANO!!
SIETE PRONTI? SIETE PRONTI? SIETE PRONTIIIIIIIIIIII????????????

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!

CAZZO, SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ecco l'inizio del concerto, potete fermarvi al minuto 4:20 per sentire il primo pezzo, We take care of our own e quando lui fa le lodi di Milano, San Siro e del suo pubblico, ammettendo che siamo sempre i numeri uno, ALWAYS THE BEST!


E da lì tutto a salire poi con Wrecking Ball e la mittica Badlands! E si, saltare e ballare e dimenarsi in mezzo a 60.000 persone follemente esaltate!
C'è stato poi il momento lento con diverse canzoni, alcune non le conoscevo, purtroppo, ma le conosceva si Mario Merola, il tizio di fianco a me soprannominato così da Pola perchè ad ogni inizio canzone faceva una scenata di folle amore e incredulità, Respect!
Beh, ragazzi, è inutile fare la lista delle canzoni cantate, sono 33 e vi tedierei, oltre al fatto che a breve vorrei andare a dormire (il tirocinio in pasticceria mi sta facendo superare delle soglie di stanchezza che manco sapevo esistessero).
Sappiate che non so come e perchè, ma dopo questa che linko qui ora, la mia mascella dropped down e il mio apparato fonatorio ha articolato: "Sticazzi........"


A volte canzoni una dietro l'altra, senza prendere fiato, altre volte minuti di lui che parla della crisi mondiale, del terremoto in Emilia in cui esorta tutti a non arrendersi:


Lui che fa salire bambini e ragazze sul palco (brutte puttane...), come in Waiting on a Sunny Day e Dancing in the Dark


Ma lo vedete com'è?!!!
Che fico assurdo, di uomini così non ne fanno più, mie care, giusto per citarlo, "Taj Mahal, the pyramids of Egypt, are unique I suppose/But when they built you, brother, they broke the mold"

Alla fine delle 3 ore e 40 minuti di questo SPETTACOLO eravamo morti e ci chiedevamo come cazzarola lui facesse a resistere a questi ritmi. Dopo averci concesso una scoppiante Twist and Shout, essersi strappato la maglia e avermi provocato un orgasmo multiplo che mai ancora nella mia vita passata presente e futura,


lui e la band sono scesi dal palco e se ne sono andati via. E io ho avuto un ricciolo di magone in fondo alla gola e mi sono chiesta se quella fosse l'ultima volta di me agonizzante di gioia davanti a lui.

E boh, chi lo sa, so solo che è stato bellissimo e che si, vale almeno un anno di vita.

Boss dei miei sogni, keep on rocking in this crazy world, we need you!!!!!  

Vi lascio con quello che secondo me riassume tutto quello che ho detto e scritto:


p.s. Ora Vasco mi fa letteralmente caccare, ma il Boss è sempre il Boss!

sabato 9 giugno 2012

:)

Ho molti post in cantiere, ma la stanchezza è sempre di più.
Per ora linko l'intervista che mi ha fatto Francesca, "psicologa e viaggiatrice", nei giorni scorsi.
Che emozione!!!!!
Mi ha fatto tornare indietro nel tempo e nello spazio!

domenica 3 giugno 2012

Nothing but a fool's game

Questi li ho conosciuti tramite lui, blogger viaggiatore che seguo; al momento si trova in Nuova Zelanda e tempo fa ha pubblicato un post in cui raggruppa quelli che secondo lui sono i musicisti kiwi più validi.
Eh, io mi sono innamorata di loro, in una recente e-mail a Marta&Cinzia ho scritto: "Tipo voi non mi ci vedete come protagonista di questo video? Questi tizi mi mettono un'allegria dentro che manco Dirty Dancing!E ho detto tutto!"
Ed eccoli, i componenti della mitica Wellington International Ukulele Orchestra!


Potranno sembrare ridicoli, lo so, MASTICAZZI..
Per me non lo sono affatto, mi fanno sorridere e sentire che c'è ancora bella gente a questo mondo. E mi fanno anche venire voglia di conoscerla. Insomma, positive thinking! E il tutto confezionato in 4:49 pratici minuti.

It's a fool's game/ Nothing but a fools game/ Standing in the cold rain/ Feeling like a clown.


  

giovedì 31 maggio 2012

Maggio parigino

E giusto per rimanere in tema parigino, durante il famoso weekend con il morto, impegnate nella vasca sugli Champs Elisées, complice Mario che voleva prendere dei libri per i bimbi abbiamo fatto tappa al Virgin Megastore e lì, scese le scale ci siamo ritrovate davanti ad un espositore carico di libri di cucina e per puro caso, mi sono imbattuta in loro due:





E potevo lasciarli lì ad accumulare polvere? NOOOOOOOOOOOO!!!!!!!
E potevo poi non leggerli morbosamente per carpirne ogni segreto? RINOOOOOOOOOOOOO!!!!
E quindi un paio di domeniche fa mi sono dedicata alla Tarte Fraises Mascarpone che potete trovare alla pagina 120 del libro qui su a sinistra, ovvero "Sucré".

Innanzituto gli ingredienti sono:

Per la base
120 gr di burro
70 gr di zucchero a velo
25 gr di farina di mandorle
1 pizzico di sale (il libro diceva fleur de sel, ma ne ero sprovvista)
1 pizzico di vaniglia
1 uovo
200 gr di farina

Per il ripieno
2 fogli di colla di pesce
60 gr di panna fresca
125 gr di zucchero semolato
500 gr di mascarpone
400 gr di fragole

Ed ecco come l'ho fatta:

La base: unire tutti gli ingredienti al burro tagliato a pezzetti, senza lavorare troppo il composto, come se fosse una frolla; formare una palla, avvolgerla con pellicola trasparente e lasciare riposare in frigorifero per almeno 2 ore. Dopo il riposo stenderla ad uno spessore di 4-5 mm e con il disco ottenuto foderare uno stampo da 24 cm con cerniera apribile imburrato e infarinato. Con una forchetta bucherellare la base per evitare che si gonfi durante la cottura e coprirla poi con della carta forno (io la bagno e la strizzo) e dei fagioli secchi. Infornare nel forno precedentemente riscaldato a 170° e far cuocere per 20 minuti o finchè non assume un colore dorato. Togliere subito dal forno e far raffreddare.

Il ripieno: mettere la colla di pesce in ammollo nell'acqua calda per 10 minuti, dopodiché strizzarla per eliminare l'acqua in eccesso. Intanto in una pentola portare la panna e lo zucchero a ebollizione, ritirarli dal fuoco e incorporare la gelatina strizzata. Una volta raffreddati, unirli al mascarpone e mescolare bene. Versare quindi il composto sulla base e mettere a solidificare nel congelatore per 20 minuti. 
Passati questi, tagliare le fragole (meglio se di dimensioni uguali tra di loro) e disporle a spirale sulla tarte, io sono partita dai bordi per evitare di 'saltare' il centro e far venire uno sgorbio.

E infatti non è venuta per niente uno sgorbio!
Ed era buonissima!
L'unica cosa è che magari la prossima volta metterei meno mascarpone, 100 gr in meno, maybe.

Ecco la foto:



martedì 29 maggio 2012

Valeva bene una messa? Mais oui!

E nei labirintici, interminabili eppur velocissimi giorni tutti immancabilmente uguali ogni tanto c’è una novità!
Qualcosa di bello di cui parlare e momenti da ricordare. Solo che vorresti dedicartici per bene, fare un bel post coi baffi e allora rimandi di un giorno perché sei stanca, un altro giorno perché devi uscire, un altro giorno ancora perché sei ristanca, e poi perché ti dimentichi ed è così che sono passati la bellezza di quasi 20 dì e ancora non ho raccontato
la gita a Parigi con la mia amica Mario!!!
Ebbene si, erano anni e anni e anni che volevo andarci e anche lei; e per questo mi ha sempre impedito di farlo da sola, cioè, di andarci con chiunque non fosse lei.
E siccome gli anni si accumulavano e non ci decidevamo mai, vuoi i miei excursus stranieri, la mia mancanza di tempo e denaro, i suoi 4 figli e tant’altre cose e siccome quest’anno è il nostro 25esimo anniversario d’amicizia, lo scorso Santo Natale ho fatto un passetto avanti e le ho regalato un Bonazzi Voucher per usufruire di un weekend nella capitale franscese avec moi.
In realtà le avevo dato due opzioni, Roma e Parigi, ma visto e considerato che nella capitale de noattri io ci sono stata infinite volte, diciamo che ho fatto delle leggere pressioni perché scegliesse Paris.
E dopo calcoli astronomici, profezie astrologiche e calendari accademici, abbiamo optato per il weekend dell’11-13 maggio.
Già dal giorno prima ansia per l'aereo.
Io avevo paura di perderlo, viste le mie precedenti esperienze londinesi e barcellonesi.
Mario aveva paura di prenderlo, invece!
E così, come in Ufficiale Gentiluomo m'è venuta a prendere a lavoro intorno alle 16 e insieme abbiamo poi preso il Malpensa Express. In aeroporto poi c'è stata la solita mezz'ora di ritardo per la partenza nella quale l'ansia di Mario non ha fatto altro che centuplicarsi. Ma poi è ovviamente andato tutto bene, tramonto in alta quota, raggiungimento dell'hotel (anche qui avevo il terrore fottuto che la prenotazione fosse una fuffa e invece no), cena in un ristorantino in faccia alla stazione e poi curcamento.

La mattina sveglia alle 8, comprata Paris Visite Pass siamo subito andate a vedere Notre Dame,



durante la salita verso il Pantheon abbiamo trovato una piazzetta con annesso mercatino, ma soprattutto con annesso boulanger super french in cui io ho perso la testa per scegliere con cosa fare colazione. Quindi dal Pantheon,

breve caffettino in un baretto con personale tutto italiano (non l'ho fatto apposta, giuro) e poi siamo entrate nel Jardin du Luxembourg, una meraviglia, ragazzi. Ci hanno molto colpito le sedie a semi sdraio messe lì così, senza nemmeno essere imbullonate al suolo. Bellosi i parigini sfratacchiati sotto l'incerto sole.

Dopodichè ci siamo dirette verso il Musée d'Orsay, ma prima abbiamo visto la chiesa di Saint Sulpice in cui, tra l'altro, stava avendo luogo un matrimonio con degli invitati ficosissimi. E prima ancora, ci siamo imbattute per puro caso nella boutique di quel mostro sacro della pasticceria francese che è Pierre Hermé. Sono morta e risorta in cinque minuti, chevvelodicoaffà...


Sempre mentre ci dirigevamo verso il succitato museo mi sono ricordata del consiglio di Cinzia di prendere i biglietti alla Fnac per evitare di fare la coda; peccato però che per trovarla ci abbiamo messo tipo un'ora. Va beh. Da notare che io qui ero già stanca. Vecchia dentro, proprio.
Quindi, non contente della già citata stanchezza ci siamo sparate queste 4 ore al Musée, fantastico, anche solo per l'edificio in cui si trova, una vecchia stazione, bello bello.
Lì Mario s'è innamorata del falciatore, o se vogliamo essere sinceri, del suo deretano marmoreo, ma che dico marmoreo, bronzeo..  Potete constatarne la sodità da questa foto, lui è quello di spalle nel quarto in basso a destra.

Dopo una piccola sosta sul bordo della Senna ci siamo dirette al Musée de l'Orangerie, dove da anni sognavo di vedere le ninfee di Monet.
Unbelievable.
Sarei potuta morire lì dentro e ne sarebbe valsa la pena.
Non sono morta per le ninfee, ma la stanchezza era tanta.
Quindi pausa in un caffé/boulanger a base di baguette farcite e poi è stata la volta della Tour Eiffel.

Un po' deludente, devo ammettere, c'erano un sacco di impalcature davanti e intorno e in mezzo e delle code kmetriche per salire. Io ci ho rinunciato in partenza, anche perchè a causa del vento forte non si poteva salire più in alto del secondo livello, quindi 'sticazzi.
Dopo la torre abbiamo fatto una velocissima capatina all'Arc de Triomphe, al Moulin Rouge e poi da lì abbiamo assistito al tramonto sui gradini di Montmartre.

Gradini foderati di gente sorseggiante birra e vino e ascoltante musica dal vivo che cantava un tizio dotato di loop station, con la voce forse un po' troppo carezzevole. Dopodiché ci siamo dirette al nostro albergo, ma prima Mario ha voluto cenare a tutti i costi al Mac francese.
Riprovevole.
Tra una cosa e l'altra s'è fatto tardi e siamo poi svenute sul letto.
Sveglia il giorno dopo alla stessa ora e bozza di itinerario alla mano ci siamo dirette verso la prima meta, con tappa dal boulanger locale e incetta di croissant burrosissimi. Prima tappa dell'itinerario del nostro secondo e ultimo giorno a Paris era il Canal Saint Martin, un canale che si congiunge alla Senna, posto molto caratteristico e poco turistico.

E lì, tac, s'è verificato l'ennesimo episodio grottesco della mia vita. Mentre camminavamo lungo il canale ed eravamo tutte "Oh, ma che bello!", "E' troppo romantico!", "E guarda quel negozietto là", "E quel murales?! Fico! " e i ponticelli che attraversavano il canale e nessuno in giro e due poliziotti davanti a noi. La poliziotta donna che srotola il nastro per delimitare un'area di sicurezza. La sottoscritta la guarda ed esplode "Ma che cazzo è, CSI?!?!?", guarda per terra e cosa c'era? Il morto nel sacco.
Teribbile.
"Mario, attraversiamo".
"Perchè?"
"Eh...."
Una cosa tranquilla e normale mai, eh?!
No.
Giusto per rimanere in tema dopo il canale abbiamo preso la metro e siamo andate al Père Lachaise, il cimitero monumentale parigino, non potevo perdermi la tomba di Jim.. Oh, Jim, perchè sei morto?!??
Dopo il Père, tappa con caffè a Belleville, quartiere di quasi periferia, teatro della famosissima serie Malaussène  di Pennac. Tavolini sulla strada e trac, ennesima scena trash parte Toto Cotugno a tutto volume!
Dalle stalle alle stelle, dopo Belleville siamo scese agli Champs Elisées, tappa obbligatoria per la vostra Mary nazionale è stata la pasticceria in cui sono nati i macarons, Ladurée.

Qui sopra potete vedermi mentre piena di vita sto per addentare un mega macaron al pistacchio.
Visto che eravamo lì ci siamo sparate la vasca fino a Place de la Concorde e da lì abbiamo preso la metro per il quartiere latino, dove abbiamo trovato una piccola oasi di pace e di esoticità, la prima moschea parigina.
Siamo state molto tentate di andare a cercare chi faceva i massaggi, la Lonelyplanet ci aveva creato delle aspettative in merito, ma abbiamo lasciato stare e ci siamo svaccate sotto il sole riscaldoso, riempiendoci gli occhi di patio.
Poco dopo ci siamo invece riempite la bbocca una meravigliosa e rinfrescante e allo stesso tempo gustosa insalata che forse mai nella vita potrò rimangiare.
Da lì la meta successiva erano le super snob Galeries Lafayettes, ma fortunatamente o sfortunatamente erano chiuse perchè domenica, quindi ci siamo dirette di nuovo a Montmartre per dello shopping caratteristico, abbiamo prelevato le borse in albergo e poi sempre con l'ansia ci siamo dirette all'aeroporto, dove ad attenderci c'erano 4 e dico 4 ore di ritardo.
All'alba delle 3 del mattino, i miei piedini hanno di nuovo toccato il suolo brianzolo..

lunedì 28 maggio 2012

La petite Marie et la poursuite du bonheur

Sono settimane che penso a questo post.
Sono settimane che non scrivo. Forse perchè per farlo bisogna fermarsi un attimo a riflettere, fare mente locale, sondarsi un attimo. E forse non ne ho voglia. Voglio procedere come un toro a testa bassa fino alla fine del tirocinio. E non pensare.
Cioè, non è che non lo faccia, lo faccio, lo faccio, penso quotidianamente, sempre e comunque, ma scrivere è un'altra cosa.
E quindi. Eccoci qua.
Vi ricordate della mia iniziativa con la mia amica Mario? Quella di scriversi a fine giornata qual è stata la cosa più bella che ci è successa?
Ecco.
Ora è miseramente naufragata nel nulla, lei mi ha abbandonata alla vigilia di un esame, io ho continuato, ma sapendo che quella che volevo fosse una terapia non aveva attecchito nel mio paziente.
Per un po' ha funzionato però, come principio non è male.
E veniamo al titolo del post.
Uno dei primi giorni, a fine giornata lavorativa non sapevo proprio cosa le avrei scritto. La solita grigia, buia e noiosa giornata si era srotolata mollemente come al solito, senza intoppi, senza sorprese, senza un gazz. Per la sera non avevo nessun programma. Giorni prima avevo trovato questo post in cui mi ero persa e a casa avevo l'occorrente necessario, ma mentre inizialmente prevedevo di farli nel weekend, la consapevolezza di non avere niente da scrivere alla mia amica, mi ha spinta a farli.
I MACARONS!
TA-DAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
E quindi, armata di pc, pazienza e voglia di riuscirci mi sono messa al lavoro.

Gli ingredienti:
120 gr di farina di mandorle
200 gr di zucchero a velo
100 gr di albumi vecchi di almeno un giorno
30-35 gr di zucchero semolato
colorante alimentare (io ho usato quello in polvere rosso)

Per la ganache al cioccolato:
100 gr di cioccolato fondente
100 ml di panna liquida

Il procedimento:
Ho unito lo zucchero a velo e la farina di mandorle e li ho amalgamati bene per evitare che si formino grumi. Io qui ho aggiunto il colorante in polvere.
In una ciotola a parte ho poi iniziato a montare gli albumi con le fruste a bassa velocità, con un pizzico di sale e aggiungendo 'a filo' lo zucchero semolato quando iniziavano ad addensarsi; ho smesso con le fruste quando iniziavano a formarsi dei picchi negli albumi zuccherati.
A questo punto ho iniziato ad aggiungere le polveri, poco per volta, mescolando piano con un cucchiaio dal basso verso l'alto.
Quando era tutto ben amalgamato, ho versato l'impasto ottenuto in una sac à poche con un beccuccio liscio e ho fatto scendere dei 'cerchiolini' rosa su una teglia foderata di carta da forno.
A quel punto ho sbattuto la teglia in maniera decisa contro il tavolo per far salire le bolle dentro il composto e ho lasciato riposare per un'ora.

Nel frattime ho fatto bollire la panna e ci ho aggiunto il cioccolato, spegnendo il fuoco. Una volta raffreddato, ho montato con le fruste.

Passata l'ora di riposo, ho infornato la teglia a 145° per 16-20 minuti.

Mentre cuocevano avevo il terrore che si appiccicassero gli uni agli altri, sfracellandosi e mandando a monte tutto il mio lavoro e tutte le mie aspettative di felicità.

E invece.

E' andato tutto come doveva andare e all'alba di mezzanotte e mezza li ho sfornati!
Ero stanchissima, ma felicissima, ho pure svegliato mia madre per esultare insieme a lei.

La mia notte è poi finita con la petite Marie che impacchettava i petits macarons rose in sacchetti trasparenti da tre. E il suo giorno è iniziato con lei che tutta felice e sospirante si recava a lavoro con una borsetta carica di macarons per i colleghi. Svoltando l'angolo della farmacia, mi sono sentita una piccola Amélie! Anche perchè di lì a pochi passi ho trovato il fruttivendolo che aveva indovinate cosa?! Le fragoline di bosco! Ne ho preso un cestino e mi sono diretta in ufficio dove ho poi posizionato un pacchettino su ogni scrivania in attesa che gli altri arrivassero.
E quando poi sono arrivati e li hanno mangiati mi hanno uccisa di complimenti.
E io ho gongolato come una bambina davanti ai regali di Natale.

Ecco, dei semplici impastini di farina di mandorle, albumi e zucchero hanno fatto la mia felicità per ben due giorni!

E qui, c'è la prova del reato.
Lo so, la foto fa cacà..




domenica 6 maggio 2012

What made my days these days

Che dire.

Sono parecchio impegnata ultimamente,  con la testa e con il corpicino pure.
La scorsa estate mi sono iscritta ad un corso di pasticceria, you already know, le lezioni erano online e il tirocinio in una pasticceria; bene, dopo burrascose vicissitudini di cui un giorno parlerò, sono finalmente riuscita ad iniziare il maledetto tirocinio, da 3 settimane.
Da 3 settimane quindi, lavoro non stop: dal lunedì al venerdì in ufficio al solito lavoro e il sabato in pasticceria.

PUFF! PANT!

Grosse rivelazioni e conferme personali sono sopraggiunte in questo periodo. E purtroppo anche una bruttissima tendenza a isolarmi e rinchiudermi in me stessa. Non so quanto serva, a volte. Forse bisognerebbe prendere un po' tutto più alla leggera, bisognerebbe prendersi un po' meno sul serio e soprattutto contestualizzare le proprie vicissitudini col resto del mondo.
Tanta pesantezza mi sta avvolgendo ed è anche per questo che non sto scrivendo molto, sarei parecchio deprimente e girerei tanti fiocchi inutili intorno ad un puntino fino a renderlo poi una torre di Babele.
Dunque, una delle più grandi rivelazioni di questi tempi è che con le questioni di principio ci si dovrebbe pulire il culo, scusate il francesismo; non servono a niente se non a farci stare male e infatti per una questione di principio mi sono fatta venire una gastrite che non finiva più, per una cosa come due mesetti me ne sono andata in giro con una bottiglia di Gaviscon da mezzo litro in borsa e ne suggevo il sambucoso nettare ad ogni pié sospinto; pare che mi stia riprendendo ora, per tutta la scorsa settimana non ho avuto episodi, HURRAY!

Un'altra grande rivelazione, che però in realtà è solo una confessione ad alta voce, è stato ammettere di essermi iscritta a questo corso solo per avere un alibi e non partire, cioè non dovermi mettere nella situazione di dover decidere cosa fare di me e del mio futuro.
Ancora, ho avuto la conferma che la vita da impiegata non fa assolutamente per me e che se proprio devono affittarmi/comprare il mio tempo preferirei farlo per qualcos'altro.

Va beh, ma smettiamola con questo tono di autocommiserazione, quello di cui volevo veramente scrivere è che in questo periodo di bufera burocratico-gastritico-deprimente anche la mia amica Mario s'è trovata e si trova ancora un po' in difficoltà; e dopo aver passato un giorno di Pasquetta delirante insieme a lei, in cui forse per la prima volta in vita mia l'ho vista vacillare pesantemente, ho escogitato un espediente che, almeno per me, si sta rivelando un grosso spunto.
Memore di quando ero naufragata tra le carte della mia tesi e lei mi aveva chiesto di mandarle una pagina nuova al giorno, le ho proposto di scriverci un'email a sera riportando la cosa più bella che ci è accaduta in quel giorno. E mi sono resa conto che è molto più facile lasciarsi andare al cazzeggio e alla 'depressione' e all'autocommiserazione che rimboccarsi le maniche e fare qualcosa che ci faccia stare bene. Ma allo stesso modo, a volte basta davvero poco, davvero un piccolo sforzo, che sempre sforzo è, ma troppo spesso non lo facciamo. E l'idea di avere qualcuno a cui dover rendere conto della mia felicità, a volte mi fa scervellare e cercare un momento per pensare a me.
Ed è ridicolo se ci pensate, perchè PORCO CAZZO, dovremmo farlo sempre senza pensare di dover rendere conto a nessuno se non a noi stesssi!!!!
Va beh, sono poco ispirata ce soir, ma volevo un attimo sbloccarmi dal momento di impasse blogghistica e quindi vi saluto postando una foto che ho fatto nel castello di Nonsodove quel giorno di Pasquetta con Mario.
Gli alberi ci salveranno, guys..


mercoledì 25 aprile 2012

La mia famiglia è epica. Ecco perché:

(Breve antefatto: qualche settimana fa, una sera tornando dalla stazione in bici con l'Ipod nelle orecchie, ho sentito qualcuno urlare, mi sono girata e c'era Tony, mio cugino, con il braccio alzato a salutarmi, ormai l'avevo superato, gli ho urlato "Ciaooo!")

Allora, io qualche settimana dopo, di sera me ne stavo tranquilla tranquilla a cazzeggiare in rete quando alle 21.30 un sms di Matteo, altro mio cugino (figlio di Tony) mi ha invitata ad uscire. E così, in una casa ripiena di prufumo di muffin appena sfornati, con addosso la crema per il corpo alla vaniglia, me ne sono uscita con mio cugino.
Ci siamo fatti un paio di birrette e di nachos in un pub alla fine della Mi-Meda.
Al ritorno abbiamo fumato seduti sul gradino di casa mia.

(Altro breve antefatto:  quando ero a Sorrento e dintorni in macchina, non appena vedevamo qualcuno a piedi per strada abbassavamo i finestrini e urlavamo "PUTTANAAAAAAA!"? Una volta io e Claudia l'abbiamo fatto anche a Maria, la figlia di zio Francesco, mentre camminava per strada con il passeggino; robe da spaccarsi la pancia dal ridere)

Ecco, quindi, io e Matteo eravamo fermi sui gradini stanotte e ad un certo punto, tra le migliaia di cazzate mi fa, ridacchiando: "Mi ha detto mio padre che ti ha vista una sera mentre tornavi dalla stazione". E io: "Si, vero, qualche settimana fa".
Ridacchiamento.
"Cazzo ridi?"
"Ma non ti sei accorta di cosa ti ha urlato?!"
"No, perchè, cosa mi ha urlato?!"
"PUTTANAAAAAAA!!!"
E quindi, io è da quella sera che rido perchè m'immagino la piccola Mary biciclettata che torna a casa col sorriso in bocca e la musica nelle orecchie e il cugino Tony che la saluta urlandole PUTTANAAAA!! e lei non si accorge di niente.
Ma la cosa più divertente è pensare a cosa cazzo avrà pensato la gente.
Questo che mi urla PUTTANA! e io che lo saluto come niente fosse.
E già m'immagino la gente (quella di tutti i giorni che prende il treno con me) che mi vede passare, poi si avvicina al vicino e gli sussurra, con la mano davanti alla bocca: "Ma lo sai che quella è una puttana?!?!"

Come direbbe Brandon, Hilarious..

venerdì 6 aprile 2012

Proud Auntie Mary

"Mi sto annoiando"
"Dai, fai un bel disegno!"
"E cosa disegno?"
"Disegna la primavera"
Ed eccola la primavera vista dal mio magico nano maledetto:

sabato 24 marzo 2012

Factotum

Un'altra delle poche certezze della mia vita, oltre al fatto che non diventerò mai anoressica, che la mia famiglia è composta da pazzi scatenati e che sguazzo nell'incertezza perenne è IL DISAGIO: quello che danno tutte le suddette cose insieme, unite ad un pizzico di inguaribile senso di inadeguatezza, a 100 gr di voglia di isolamento e a 350 ml di schifo per l'umanità e la sua grettezza che però si aggiunge alla totale consapevolezza di farne parte. Ecco, di questo disagio parlo.  Pochi autori come Bukowski riescono a trasmettere questa sensazione e ci si ritrova ogni volta a soffrire come cani a leggere un suo libro, a stare scomodi in qualsiasi posizione a preferire ascoltare l'Ipod piuttosto che riprendere in mano il suo libro appena iniziato. Eh, ma mica ce la si fa. Ad un certo punto l'Ipod lo pausi e apri alla pagina con l'orecchietta lasciata dalla mattina. E lì, ci sei tu, cara Marilu (<-- rima da Oscar), un grosso pezzo di te, quello che vuole sempre scappare da tutto e da tutti, quello che non è mai contento del presente e di quello che ha, quello delle perversioni, quello dell'estrema volgarità e maleducazione gratuite. Ecco la trama di questo, che tra l'altro non è neanche uno dei più scomodi:
Avventuroso e osceno, divertito e disperato, sboccato e insieme lirico, Factotum, il romanzo che rivelato Bukowski al pubblico italiano, è innanzitutto e soprattutto un romanzo "on the road", e Henry Chinaski, l'alter ego dell'autore, nè il suo protagonista assoluto. Un factotum appunto - nel senso che passa indifferentemente da un mestiere all'altro - che attraversa l'America vivendo alla giornata, affidandosi all'improvvisazione e al caso, pronto a seguire il primo richiamo ma fedele a un destino che si trasforma in uno stile di vita di lavori manuali, sesso intenso e sfrontato, sbornie quotidiane: un'esistenza in cui "randagità" e precarietà rimano prepotentemente con libertà e verità.

E qui alcune citazioni:  

Ero solo per la prima volta da cinque giorni. Ero il tipo che vive di solitudine; senza solitudine ero come un altro uomo senza cibo o senz'acqua. Ogni giorno passato senza solitudine mi indeboliva. Non ero orgoglioso della mia solitudine; ma dovevo poterci contare.
  
L'anima dell'uomo ha radici nello stomaco.

La porta si chiuse. Tornai in camera mia e cominciai a fare i bagagli. Fare i bagagli è sempre divertente.

 Si tirò su la sottana. Era come l'alba della vita e dell'allegria, era il vero significato del sole. Mi avvicinai, mi sedetti sul divano vicino a lei e la baciai.

 "Ti piacciono le tende?" mi chiese Wilbur. "Le ragazze hanno cucito queste tende per me. Sono ragazze piene di talento".
Guardai le tende. Facevano vomitare. Piene di fragolone rosse, circondate da gambi gocciolanti.
"Belle", dissi.

 Mary Lou girò sui tacchi e se ne andò. Seguii con lo sguardo quelle natiche dondolanti in quel corpo lungo. Magica. Certe donne sono magiche.

 Poi ci fu la festa di Natale. Il 24 dicembre. Ci doveva essere da bere, da mangiare, musica, balli. Non mi piacevano le feste. Non sapevo ballare e la gente mi spaventava, specialmente alle feste. Cercavano tutti di essere sexy, allegri e spiritosi e anche se speravano di riuscirci non ce la facevano. Erano tremendi. E tutti quegli sforzi peggioravano le cose.

 

giovedì 22 marzo 2012

Mary e le soap operas - Ovvero Tempesta d'Amore mi fa una sega

Sempre più spesso mi chiedo se sono io che attraggo fenomeni da baraccone, se sono io che sono schizofrenica o se invece semplicemente sono io che sono una testa di cazzo e non mi accorgo della merda che mi circonda. Nemmeno di quella che mi circonda nella sfera delle amicizie. Perchè si, sono stata protagonista di un ennesimo fatto soprannaturale, ma mentre di solito me li tengo per me (gli episodi soap opera intendo), questo non me lo posso proprio tenere dentro. Ma non perchè sia più eclatante di altri, semplicemente perchè 'sticazzi, why not?
Protagonista è una mia recentissima ormai EX amica, di cui non voglio fare né nome né cognome, per cui d'ora in avanti verrà chiamata Rosalina. Anche tutti gli altri nomi sono di pura invenzione, non vorrei mai che so, vedermi appioppare una bella querela (<-- l'inverosimile non conosce limiti nella mia vita, ormai si sa).
Bene, andiamo col racconto.

All'inizio del mese Rosalina mi dice che il sabato successivo sarebbero venuti i suoi a Milano e che avrebbe voluto farmeli conoscere. Io rispondo che ci sto molto volentieri.
Il venerdì sera (the day before) ci vediamo, ceniamo insieme in un ristorante Taiwanese, c'è anche Romeo, il suo fidanzato che già non pochi scazzi ha provocato tra me e lei in meno di una manciata di mesi. In parole povere è bello, simpatico, intelligente, socialmente attivo e chi più ne ha più ne metta, ma ha qualcosa sotto sotto di cui io non mi fido, qualcosa che non mi piace, oltre al fatto di provocarmi una gelosia incredibile per Rosalina. Anyway, serata tranquilla.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, faccio il dolce per la cena, crostata al cacao con crema alla vaniglia e lamponi di copertura; faccio la frolla, la metto a riposare in frigo, la tolgo dal frigo, la stendo, ne fodero una tortiera, la bucherello, ci metto un foglio di carta da forno che riempio di fagioli per tenere su il bordo; mentre la base cuoce faccio la crema e prendo i tuorli, lo zucchero e SBAM! Mi blocco: cazzo, lo zucchero, mi sono dimenticata di mettere lo zucchero nella base! Cerco di correre ai ripari spargendo ettogrammi di zucchero sulla base che cuoce, impreco e prendo a calci i mobili della cucina immaginando già i titoli delle prime pagine delle più importanti testate giornalistiche: "Vuole fare la pasticcera e si scorda lo zucchero", "Ma 'ndo vai se lo zucchero non ce l'hai?" o cose così. Va beh, non ci si può fare niente, come viene viene. (<-- ma già questo avrebbe dovuto mettermi in allarme, col senno di poi era un cazzo di presagio funebre mica da ridere)
Arrivo da Rosalina dopo code e code, con un leggero ritardo. Atmosfera abbastanza rilassata in casa, le presentazioni. Dopo qualche domanda di rito, ci sediamo a tavola, il padre a capotavola, io con lui a destra e Rosalina a sinistra, la madre di fronte, il fratello di fronte a Rosalina e Romeo all'altro capotavola.
Mangiamo dei salumi e chiacchieriamo, il padre mi dice che dal vivo sono molto più carina che in foto e sogghignando lo ringrazio e faccio la ricchiona. E' pronto il piatto principale, una specie di spezzatino stufato. Rosalina dice: "Datemi i piatti, dai", allora io e Romeo prendiamo i piatti di tutti, ci alziamo e ci mettiamo dietro Rosalina per farglieli riempire. Parlando parlando il padre di Rosalina le dice "Oh, stai attenta che questi due se la fanno tra di loro alle tue spalle..", io scoppio a ridere, pensando che sia una battuta, mi giro, dico una stronzata qualsiasi, mi rigiro verso lei e vedo la sua faccia incazzata. "Ma va, oh, ma stiamo scherzando?!?"
Niente, i piatti sono tutti pieni, ci sediamo a tavola e mangiamo. Intanto Rosalina e Romeo ricevono un sms da qualcuno del teatro che gli scrive che per una parte vogliono mettere una tipa che a quanto pare è incapace e allora parte discussione tra i due sul modo in cui evitare questa cosa. Indi per cui la conversazione in tavola è continuata tra me e il padre. Parliamo delle cose più disparate. Ogni tanto intervengono anche la madre e il fratello e poi tornano i due piccioncini.
Dolce che è buono uguale, caffè, sparecchiamento.
Rosalina si mette sul divano e scrive una mail al computer, la madre si alza e se ne va in camera, il fratello è passivissimo, rimaniamo a parlare io, Romeo e il padre. Ad un certo punto il padre si gira verso Rosalina e ancora insinua che io e Romeo stiamo flirtando, al che lei ci riguarda malissimo e dice una roba del tipo "Voi due smettetela perchè se no m'incazzo", senza esclamativi. Ovviamente io e lui c'inquietiamo perchè non sappiamo di che cazzo stanno parlando. Va beh.
Intanto il fratello quando lo guardo mi fa le labbrine alla Signorina Silvani e io distolgo lo sguardo.
Lavo i piatti, lei mi si avvicina e le chiedo se è tutto ok e mi dice "Eh, dai, dopo", scazzata.
Dopo un po' alziamo le tende (Rosalina fa dormire i suoi lì e lei da Romeo), salutiamo (la madre s'è messa a dormire da mo') e ce ne andiamo.
E qui viene il bello.
Entriamo tutti e tre in ascensore e lei scoppia: "Non vi azzardate mai più a mettermi in una situazione del genere! Mi avete messo in imbarazzo!"
E noi "Ma cosa?!?" C'è proprio la sensazione che Rosalina esploda e che noi ci spiaccichiamo contro le pareti dell'ascensore di riflesso. E continua, che suo padre è sensibile a queste cose e che se n'è accorto, che è stato imabarazzantissimo per lei, che, ecc.
Io non ci credo, le porte dell'ascensore si aprono, lei si allontana per andare a buttare la spazzatura, io e lui ci guardiamo increduli. Gli chiedo quando le devono arrivare. Lo chiedo anche a lei mentre torna verso di noi, "No, no, no" dice lei, io le dico di guardarmi negli occhi e di dirmi che cosa cazzo sta succedendo, mi guarda di sguincio, ripete quello che ha detto, le chiedo che cosa avremmo fatto per far credere una cosa del genere, mi risponde che è una questione di sguardi, di ammiccamenti, di sorrisi. "Ma non crederai davvero che io ci stia provando con Romeo?!" le dico e lei dice di no, ma che i suoi ora pensano di si.
Sto zitta, poi dico, va beh allora vuol dire che ci provo col mondo intero e non me ne rendo conto, scusa!
Usciamo dal portone, io non riesco a credere ad una cosa del genere.
La prendo per un gomito, le dico "Dai, è una presa per il culo, non è vero", si divincola, non è uno scherzo, è girata di profilo, non mi guarda.
"E vi rendete conto che ad un certo punto avete pure iniziato a ignorarmi e a non rivolgermi la parola?!"
Rewind nella testa, scena di lei che scrive furiosamente seduta sul divano con il portatile in braccio.
"Ma veramente sei stata tu che non ci hai più rivolto la parola!"
Intanto arriva anche il camioncino di quelli che puliscono le strade, non so che dire, mi giro a guardarla, non mi guarda.
E lì ho avuto l'unica soddisfazione della serata, vedere Romeo in crisi, per la prima volta da quando lo conosco, senza parole, con lo sguardo a pesce e la bocca che emetteva suoni bubblosi e indecifrabili.
Il camioncino è sempre più vicino, cosa dovrei dire d'altro? Prendo, faccio ciao con la mano e con la bocca e me ne vado.
Parto prima che arrivi il tipo della pulizia, parto in velocità, vedo loro nello specchietto che entrano in macchina, giro l'angolo e scoppio a piangere. Mi chiedo chi sarà la prossima cazzo di persona che amo e che mi si rigirerà contro con una stronzata del genere, mi vedo in un mezzo ad un cerchio di persone che col tempo scompaiono fino a lasciarmi sola solissima. Mi vedo a conoscere qualcuno e a non credere ad una parola di quello che dice, a non fidarmi, a vedere il male negli altri.
E io non sono così, sono una persona socievole, simpatica, estroversa, io voglio fidarmi della gente, voglio amarla e onorarla.
Finchè morte non ci separi.

martedì 20 marzo 2012

La vita, l'Universo e tutto quanto

                                                          
Gli abitanti meccanici del pianeta Krikkit sono stufi di guardare il cielo stellato sopra le loro teste, con tutto quell'inutile, monotono scintillio. Così decidono, semplicemente, di distruggerlo, facendo scomparire l'intero universo. Solo cinque individui possono opporsi ai loro folli piani: il terrestre Arthur Dent, viaggiatore dello spazio e del tempo, con il suo inseparabile amico alieno Ford Prefect, che giusto per provare una nuova esperienza, decide di andare fuori di testa; insieme a loro l'indomabile Slartibartfast, vicepresidente della Campagna per il Tempo Reale che viaggia su un'astronave alimentata dal comportamento irrazionale; il mostruoso Zaphod Beeblebrox, dotato di due teste e tre braccia, e la sensualissima Trillian. Per la strana brigata inizia così un'altra pazzesca avventura...

Questa la trama del terzo e penultimo episodio della meravigliosa quadrilogia della Guida Galattica. Adams, l'autore di questo immenso e spassoso capolavoro, l'ho conosciuto anni fa grazie a Cinzietta e siccome sono una ragazza che ama centellinare i veri piaceri della vita, ogni tanto mi gusto un nuovo episodio delle mirabolanti avventure di Arthur e i suoi amici stellari. Sono lì che mi aggiro per i corridoi della libreria, erro con due libri sottobraccio, indecisa su quale prendere, se prenderli entrambi, se mollarli lì definitivamente perchè ho comunque già i soliti 98674 tomi da leggere ancora intonsi sulla loro bella mensolina, se sbrigarmi per prendere il treno e arrivare a casa ad un'ora decente, se invece crociolarmi in quel bell'odore di carta a mazzi da 1000 quando IMPROVVISAMENTE il mio occhio cade su un volume del nostro supereroe Douglas e allora non ce n'è. E tutti i dubbi sono chiariti. E tutti i 98674 tomi possono anche continuare ad impolverarsi perchè prima di tutti gli altir è il suo turno. E allora nei giorni successivi potreste avere la possibilità d'imbattervi nella vostra eroina che ridacchia come una cogliona da sola sul treno a pagina 45 o a pagina 87, oppure potreste essere ammorbati dalla stessa che non può non leggervi quello spezzone:

Sorbendo una tazza di liquido imbevibile fornito dalla nutrimatica della Società Cibernetica Sirio, Trillian si era messa a consultare di nuovo la Guida galattica mentre la Cuore d'Oro viaggiava a velocità improbabili verso mete indefinite.
IMPOSSIBILITA' SPORTIVA, era stata la voce che, a un certo punto, aveva attratto la sua attenzione. In particolare le impossibilità che riguardavano lo sport del volo. La Guida galattica è abbastanza esauriente per quanto riguarda questo sport. Chiarisce per esempio che esiste un'arte, o meglio una tecnica del volo che non tutti sono in grado di applicare.
Tale tecnica consiste nel buttarsi giù dall'alto ed evitare di colpire il terreno.
"Scegliete una bella giornata" suggerisce la Guida "e provate a esercitarvi.
"La prima parte è facile. Basta gettarsi giù dall'alto a corpo morto senza pensare che ci si farà male.
"Cioè, ci si fa male naturalmente solo se non si riesce a evitare di colpire il terreno.
"La maggior parte della gente non riesce a evitare di colpire il terreno, e poichè di solito chi tenta ce la mette tutta, l'impatto, quando l'esperimento fallisce, è abbastanza scioccante.
"E' chiaro che le maggiori difficoltà si hanno nella seconda parte dell'impresa.
"Quella appunto in cui si deve cercare di non colpire il terreno.
"Il guaio è che il suolo va evitato accidentalmente, non premeditatamente. Se si parte con l'intenzione di mancarlo, non lo si manca mai. Bisogna che quando si è a metà del volo la propria attenzione venga distratta da qualcosa; in questo modo non si pensa più né al fatto che si sta cadendo né al rischio dell'impatto e alle conseguenze che questo potrebbe produrre.
"Tutti sanno che è assai facile stornare la propria attenzioen da queste tre cose nella frazione di secondo che si ha a disposizione. E' per questo che la maggior parte della gente fallisce e alla fine rimane delusa da questo sport particolarmente divertente e anche spettacolare.
"Se però si ha abbastanza fortuna da venire momentaneamente distratti nell'attimo cruciale da, mettiamo, un favoloso paio di gambe (tentacoli, pseudopodi, ecc. secondo il plylum e/o le inclinazioni personali), o una bomba che esplode nelle vicinanze, o la scoperta di un coleottero rarissimo che cammina su un ramo, si avrà la piacevole sorpresa di non colpire il suolo e di rimanere sospesi in modo apparentemente un po' stupido a pochi centimetri da esso.
"E' un momento, questo, in cui occorre concentrarsi con intensità e intelligenza.
"Si fluttua e si volteggia un po' a scatti. Si volteggia e si fluttua.
"Cercate di non pensare al fatto che avete un peso. Pensate solo a salire più in alto.
"E ascoltate quello che dicono i presenti, perchè è quasi scontato che dicano cose tutt'altro che utili.
"E' molto probabile per esempio che esclamino: - Dio buono, non è possibile che stia veramente volando!
"E' importantissimo non prestare ascolto a frasi del genere, perchè all'improvviso potrebbe succedervi di crederci.
"Continuate dunque a salire, a salire più in alto.
"Provate a planare un pochino, con grazia, poi sorvolate le cime degli alberi respirando regolarmente.
"NON SALUTATE NESSUNO CON LA MANO!
"Dopo che avrete compiuto alcune volte tutte queste operazioni, scoprirete di potere raggiungere sempre più facilmente un alto livello di distrazione. Saprete allora controllare il vostro volo, la vostra velocità, le vostre manovre. Il trucco consiste di solito nel non pensare troppo intensamente a quello che si vuole fare, ma nel lasciare che succeda come se fosse un fenomeno naturale.
"Imparerete anche ad atterrare bene, il che la prima volta non vi sarà certo facile, anzi...

Giusto per rimanere in tema, da sfracellarsi a terra dal ridere.. Beh, senza dubbio lo consiglio a tutte le persone a cui piace un senso dell'umorismo fuori dalla norma, a chi ama della sana e imprevedibile, nonché improbabile avventura e a cui poi piace unire entrambe le cose per riflettere  sulla pazzia della natura umana. Enjoy!  

Scrutò l'orizzonte in lontananza, come sperando che il vento a quel punto gli sollevasse con bell'effetto i capelli dalla fronte, ma il vento lo deluse perchè era indaffarato a gingillarsi con alcune foglie non lontane di là.

Scosse la testa con un movimento lieve, come se volesse fare scendere il cervello più in basso, dentro il cranio.

Tutto era tranquillo. Intorno a loro l'erba era mossa delicatamente dal vento. Gli uccelli esprimevano cantando la loro opinione sul panorama idilliaco, e sembrava in effetti un'opinione positiva.

Si rannicchiò con aria guardinga, come aveva visto fare in televisione, ma senza molto successo: evidentemente l'attore della tivù aveva le ginocchia più forti delle sue.

E' sbagliato pensare di risolvere grossi problemi con il solo ausilio delle patate fritte.

- Trillian? - disse. - E' solo una bambina. Intelligente, sì, ma emotiva. Sai come sono le donne. O forse no, non lo sai. Immagino di no. Se lo sai però non voglio che mi racconti niente.


lunedì 19 marzo 2012

Casino Totale

C'è una pila semi-infinita di libri sulla mia scrivania. Libri che ho letto e che aspetto di pubblicare qui sul blog prima di metterli a posto, in maniacale ordine alfabetico per autore in una delle 89760476950764 mensole che spuntano fuori in ogni angolo di casa. Un'altra tra le altre mille cose che continuo a rimandare, perchè sono una ragazza pigra e indolente. E così ho deciso, per sfoltire la pila, di iniziare a fare le bozze delle mie 'recensioni', copiando la trama in quarta di copertina e le citazioni sottolineate, così da poterne mettere via un po'. E così sto facendo da sabato, more or less. E stasera è toccato a Casino Totale, ma riportando le citazioni, mi sono ricordata piano piano il libro, il momento in cui l'ho letto (si era, ancora, ai tempi del call center cacato), le sensazioni che mi ha dato e quindi, presa un po', ho deciso di finire e pubblicare ora. Dunque, tanto per cominciare, se siete cattolici ferventi e praticanti, ve lo sconsiglio vivamente: potrebbe nuocere al vostro buon umore. Ma io che non conosco nessuno dio, me ne sono fottuta altamente. E anzi, ho apprezzato. In particolar modo la rabbia che prova Montale (il protagonista nonchè voce narrante del romanzo)  nei confronti di un dio in cui non crede: quando intorno a sé vede sofferenza e violenza gratuita e degenerazione.  La stessa che provo io e che ho provato in passato e che mi ha fatto accendere la miccia dell'ateismo. Se anche voi ve ne fottete o invece volete comunque leggere questo libro sappiate che vi ritroverete in una Marsiglia appiccicosa e assolata e cattiva. Vista da uno sguardo amareggiato, ma incredibilmente innamorato della vita. Scoprirete, sempre che già non lo sappiate e allora ignorante me, l'incredibile ed esotica mescolanza di maghrebini, italiani e francesi: amore e odio e forza.

Che dire, tutto sommato il libro mi è piaciuto, sono molto belle le considerazioni esistenziali di Montale con cui mi sono trovata spesso d'accordo, bella anche l'ambientazione e sapere che una città così relativamente vicina in linea d'aria a dove vivo io è anche così diversa e così uguale a qui. Se però aprendo la prima pagina, state cercando di zittire la fame di noir che normalmente un Bunker, un Ellroy, un Lansdale o un Leonard saziano in maniera spropositata, rimarrete leggermente a bocca asciutta. Il casino totale c'è, i protagonisti incastrati e traditi e desiderosi di vendetta ma anche intelligenti, ci sono, c'è pure la pupona e il carico di amore insaziabile che si porta dietro, però non saprei, saranno appunto l'ambientazione e il troppo filosofeggiare che smorzano il tutto, sarà che è un libro francese (senza discriminazioni), ma non convince in questo senso.
Ordunque ecco a voi la trama riportata papale papale dalla quarta di copertina:

Dopo anni di vagabondaggio nei mari del Sud, Ugo torna a Marsiglia per vendicare Manu, l'amico di gioventù assassinato dalla malavita. Ma anche lui resta ucciso e toccherà a un terzo amico, Fabio Montale, il compito di fare giustizia.
Tutti e tre - Ugo, Manu e Montale - sono cresciuti nei vicoli poveri del porto di Marsiglia. Assieme hanno fatto i primi furtarelli, poi qualche rapina, ma hanno anche condiviso i sogni di paesi esotici, i primi dischi e i primi libri, le nuotate in mare, le ubriacature. E soprattutto hanno amato la stessa donna, Lole. Poi le strade si sono separate: Manu si è perso in giochi criminali troppo grandi, Ugo è partito, Montale è diventato uno strano poliziotto, più educatore di strada nei quartieri difficili che sbirro. Ora dovrà sostenere un'inchiesta durissima contro tutto e tutti, in una città, Marsiglia, simbolo di un Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, tra due colori: l'azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell'odio.


E ora, dopo tanto parlarne, eccole, le citazioni, perlopiù l'io di Montale che ce l'ha con il mondo intero.
Un po' come me.
;)

Gli piaceva che Lole fosse avara di parole, di spiegazioni. Il silenzio rimetteva in ordine la loro vita. Una volta per tutte.

Sognava sempre di essere in un posto diverso da quello dove si trovava. In un bordello di Harar. Nella prigione di Tijuana. Sull'espresso Roma-Parigi. Ovunque. Ma sempre altrove. Invece quella notte aveva sognato di dormire da Lole. Proprio dov'era, a casa di lei. Sorrise.

Alle sue domande non aveva mai trovato risposte. C'erano solo domande. Nessuna risposta. L'aveva capito, ecco tutto. Non era molto, ma era più sicuro che credere in Dio.

Ricordavo che Aznavour cantava: La miseria è meno dura al sole. Sicuramente non era mai venuto fin qui. Fino a questo ammasso di merda e cemento.

E mi vedeva steso a terra. Cinque colpi sulla schiena, come per Manu. O tre, come per Ugo. Tre o cinque, non cambiava nulla. Ne bastava uno per andare a leccare la merda nei canali di scolo.

Quando rientrai dal metrò, era già notte. Quasi le dieci. Ero esausto. Troppo svuotato per tornare a casa. Avevo bisogno di andare un po' in giro. Di vedere gente. Di sentire palpitare qualcosa che somigliasse alla vita.

Sapevamo che saremmo finiti a letto, e volevamo che accadesse il più tardi possibile. Quando il desiderio sarebbe diventato insopportabile. Perchè, dopo, la realtà avrebbe ripreso il sopravvento. Sarei ridiventato un poliziotto e lei una prostituta.

Se Dio fosse esistito, l'avrei strozzato lì sul posto. Senza pietà. Con la rabbia dei dannati.

E' nei momenti di dolore che si riscopre di essere un esiliato. Mio padre me lo aveva spiegato.

Per la prima volta, misi in conto che capire non mi sarebbe probabilmente bastato. Capire significa aprire una porta, ma raramente si sa cosa c'è dietro.

Misi la sveglia alle due e mi sdraiai sulle lenzuola blu, esausto. Con lo sguardo di Lole su di me. Il suo sguardo quando il suo corpo era scivolato sul mio. Nero come l'antracite, millenni di nomadismo. Leggero come la polvere delle strade. Cera il vento, troverai la polvere, dicevano i suoi occhi.

"Cosa ne pensi?"
"Penso che lo sguardo degli altri è un'arma di morte".

Mi lasciai cadere sul fianco. Mi guardò un attimo e fu sul punto di dirmi qualcosa. Invece, sorriese. Un sorriso dolce, e neppure io seppi cosa dire. Restammo così, in silenzio, guardando altrove. Già alla ricerca, ognuno per conto suo, di una possibile felicità. Quando la lasciai, era solo una puttana. E io, come sempre, nient'altro che uno sbirro.
E senza dubbio, ciò che mi aspettava fuori dalla porta era la schifezza del mondo.

L'amicizia non tollera debiti.

L'impressione di freschezza era svanita. Avevo voglia di andarmene, di essere sulla mia barca, al largo. Il mare e il silenzio. L'umanità intera mi usciva dagli occhi. Tutte quelle storie non erano altro che la parte più infima della schifezza del mondo. Su grande scala: guerre, massacri, genocidi, fanatismo, dittature. C'era da credere che, venendo al mondo, il primo uomo si era sentito talmente fregato che nutriva solo odio. Se Dio esiste, siamo dei figli di puttana.


mercoledì 7 marzo 2012

Revolutionary Road

 Risale a qualche anno fa l'uscita del film tratto da questo libro. Interpreti la coppia d'assi Kate Winslet e Leonardo Di Caprio. Ricordo di essere stata molto colpita da quel film, temi come lo scoppiare di una coppia e la voglia di fuggire pullulano la mia mente da mattina a sera, era pane per i miei denti. Poi scopro che effettivamente si trattava appunto di una trasposizione cinematografica di un romanzo di Richard Yates e mi sono sempre riproposta di leggere qualcosa di lui; purtroppo/per fortuna è uno scrittore abbastanza famoso ma trovare dei libri suoi in libreria è un'impresa piuttosto sfiancante. Se ne trovano sicuramente di più online. E sono passati quel paio d'anni finchè l'ultimo giorno della mia mini vacanza novembrina a Londra, complice il mega ritardo dell'andata durante il quale avevo finito "La solitudine dei numeri primi", mi ritrovavo sprovvista di letture. Aggirandomi tra le bancarelle di un mercatino bellissimo di cui non ricordo il nome mi sono incappata in un altro libro di Yates "Easter Parade" che ho subito comprato e che nei successivi giorni è diventato una vera ossessione. Ed è stato lì che ho deciso di leggere l'intera sua bibliografia. Richard Yates, un uomo, un mito. Niente svolazzi, niente fronzoli, solo la natura nuda e cruda dell'uomo, dei suoi impulsi primari mischiati alle costrizioni della società. Non si sta comodi a leggere un suo romanzo, si è sempre accompagnati da una sensazione di scomodità, di grettezza, di sudore e fetore umano che cercano di elevarsi in un'Ammerica borghese degli anni '50. Da una parte l'esplosione dell'ottimismo del sogno americano, dall'altro la realtà. Disegnata crudamente, ma senza volgarità. Quella con dentro i nostri pensieri più nascosti, allora come oggi. Quella che cerchiamo in tutti i modi di camuffare. Lui la scopre, in una maniera che oserei definire educata, naturale, senza gli schiaffi in faccia di un Bukowski o la fantascienza di un Philip K. Dick. S'insinua piano piano nella crepa di un muro e poi butta giù la casa con tutte le fondamenta.

Da un po' di tempo a questa parte ho poi deciso di tagliare definitivamente con le traduzioni e di conseguenza di leggere i libri e guardare i film in lingua originale per quanto mi è possibile. E che ve lo dico a fare, ci si guadagna alla grande. Quindi per quelli che non ne capiscono, mi spiace, non sapete quello che vi perdete..

Ecco la trama:

Hailed as a masterpiece from its first publication, Revolutionary Road is the story of Frank and April Wheeler, a bright young couple who are bored by the banalities of suburban life and long to be extraordinary. With heartbreaking compassion and clarity, Richard Yates shows how Frank and April's decision to change their lives for the better leads to betrayal and tragedy.

E le citazioni, sempre in english:

Mrs. Givings's cosmetics seemed always to have been applied in a frenzy of haste, of impatience to get the whole silly business over and done with, and she was constantly in motion, a trim, leather-skinned woman in her fifties whose eyes expressed a religious belief in the importance of keeping busy.

"I mean talk about decadence," he declared, "how decadent can a society get? Look at it this way. This country's probably the psychiatric, psychoanalytical capital of the world. Old Freud himself could never've dreamed up a more devoted bunch of disciples than the population of the United States - isn't that right? Our whole damn culture is geared to it; it's the new religion; it's everybody's intellectual and spiritual sugar-tit. And for all that, look what happens when a man really does blow his top. Call the Troopers, get him out of sight quick, hustle him off and lock him up before he wakes the neighbors. Christ's sake, when it comes to any kind of a showdown we're still in the Middle Ages. It's as if everybody'd made this tacit agreement to live in a state of total self-deception. The hell with reality! Let's have a whole bunch of cute little winding roads and cute little houses painted white and pink and baby blue; let's all be good consumers and have a lot of Togetherness and bring our children up in a bath of sentimentality - Daddy's a great man because he makes a living, Mummy's a great woman because she's stuck by Daddy all these years - and if old reality ever does pop out and say Boo we'll all get busy and pretend it never happened."

He found that if he focused his eyes on her mouth so that the rest of her face was slightly blurred, and then drew back to include the whole length and shape of her in that hazy image, it was possible to believe he was looking at the most desirable woman in the world.

I remember looking at you and thinking 'God, if only he'd stop talking.' Because everything you said was based on this great premise of ours that we're somehow very special and superior to the whole thing, and I wanted to say 'But we're not! Look at us! We're just like the people you're talking about! We are the people you're talking about!'

How small and neat and comically serious the other men looked, with their gray-flecked crew cuts and their button-down collars and their brisk little hurrying feet! There were endless desperate swarms of them, hurrying through the station and the streets, and an hour from now they would all be still. The waiting mid-town office buildings would swallow them up and contain them, so that to stand in one tower looking out across the canyon to another would be to inspect a great silent insectarium displaying hundreds of tiny pink men in white shirts, forver shifting papers and frowning into telephones, acting out their passionate little dumb show under the supreme indifference of the rolling spring clouds.

Sometimes there was a glint of humor in these embraces of the eye: I know I'm showing off, they seemed to say, but so are you, and I love you.

Oh, he remembered the avenues of Paris, and the trees, and the miraculous ease of conquest in the evenings (...) and the mornings, the lost blue-and-yellow mornings with their hot little cups of coffee, their fresh rolls, and their promise of everlasting life.

His whole adult life had been spent as a minor official of the seventh largest life insurance company in the world, and now in retirement it seemed that the years of office tedium had marked him as vividly, as old seafaring men are marked by wind and sun.

She cried because she'd had such high, high hopes about the Wheelers tonight and now she was terribly, terribly, terribly disappointed. She cried because she was fifty-six years old and her feet were ugly and swollen and horrible; she cried because none of the girls liked her at school and none of the boys had liked her later; she cried because Howard Givings was the only man who'd ever asked her to marry him, and because she's done it, and because her only child was insane.

"Okay; I know; it's none of my business. This is what old Helen calls Being Tactless, Dear. That's my trouble, you see; always has been. Forget I said it. You want to play house, you got to have a job. You want to play very nice house, very sweet house, then you got to have a job you don't like. Great. This is the way ninety-eight-point-nine per cent of the people work things out, so believe me buddy you've got nothing to apologize for."

"Wow," he said. "Now you've said it. The hopeless emptiness. Hell, plenty of people are on to the emptiness part; out where I used to work, on the Coast, that's all we ever talked about. We'd sit around talking about emptiness all night. Nobody ever said 'hopeless', though; that's where we'd chicken out. Because maybe it does take a certain amount of guts to see the emptiness, but it takes a whole hell of a lot more to see the hopelessness. And I guess when you do see the hopelessness, that's when there's nothing to do but take off. If you can.