sabato 24 marzo 2012

Factotum

Un'altra delle poche certezze della mia vita, oltre al fatto che non diventerò mai anoressica, che la mia famiglia è composta da pazzi scatenati e che sguazzo nell'incertezza perenne è IL DISAGIO: quello che danno tutte le suddette cose insieme, unite ad un pizzico di inguaribile senso di inadeguatezza, a 100 gr di voglia di isolamento e a 350 ml di schifo per l'umanità e la sua grettezza che però si aggiunge alla totale consapevolezza di farne parte. Ecco, di questo disagio parlo.  Pochi autori come Bukowski riescono a trasmettere questa sensazione e ci si ritrova ogni volta a soffrire come cani a leggere un suo libro, a stare scomodi in qualsiasi posizione a preferire ascoltare l'Ipod piuttosto che riprendere in mano il suo libro appena iniziato. Eh, ma mica ce la si fa. Ad un certo punto l'Ipod lo pausi e apri alla pagina con l'orecchietta lasciata dalla mattina. E lì, ci sei tu, cara Marilu (<-- rima da Oscar), un grosso pezzo di te, quello che vuole sempre scappare da tutto e da tutti, quello che non è mai contento del presente e di quello che ha, quello delle perversioni, quello dell'estrema volgarità e maleducazione gratuite. Ecco la trama di questo, che tra l'altro non è neanche uno dei più scomodi:
Avventuroso e osceno, divertito e disperato, sboccato e insieme lirico, Factotum, il romanzo che rivelato Bukowski al pubblico italiano, è innanzitutto e soprattutto un romanzo "on the road", e Henry Chinaski, l'alter ego dell'autore, nè il suo protagonista assoluto. Un factotum appunto - nel senso che passa indifferentemente da un mestiere all'altro - che attraversa l'America vivendo alla giornata, affidandosi all'improvvisazione e al caso, pronto a seguire il primo richiamo ma fedele a un destino che si trasforma in uno stile di vita di lavori manuali, sesso intenso e sfrontato, sbornie quotidiane: un'esistenza in cui "randagità" e precarietà rimano prepotentemente con libertà e verità.

E qui alcune citazioni:  

Ero solo per la prima volta da cinque giorni. Ero il tipo che vive di solitudine; senza solitudine ero come un altro uomo senza cibo o senz'acqua. Ogni giorno passato senza solitudine mi indeboliva. Non ero orgoglioso della mia solitudine; ma dovevo poterci contare.
  
L'anima dell'uomo ha radici nello stomaco.

La porta si chiuse. Tornai in camera mia e cominciai a fare i bagagli. Fare i bagagli è sempre divertente.

 Si tirò su la sottana. Era come l'alba della vita e dell'allegria, era il vero significato del sole. Mi avvicinai, mi sedetti sul divano vicino a lei e la baciai.

 "Ti piacciono le tende?" mi chiese Wilbur. "Le ragazze hanno cucito queste tende per me. Sono ragazze piene di talento".
Guardai le tende. Facevano vomitare. Piene di fragolone rosse, circondate da gambi gocciolanti.
"Belle", dissi.

 Mary Lou girò sui tacchi e se ne andò. Seguii con lo sguardo quelle natiche dondolanti in quel corpo lungo. Magica. Certe donne sono magiche.

 Poi ci fu la festa di Natale. Il 24 dicembre. Ci doveva essere da bere, da mangiare, musica, balli. Non mi piacevano le feste. Non sapevo ballare e la gente mi spaventava, specialmente alle feste. Cercavano tutti di essere sexy, allegri e spiritosi e anche se speravano di riuscirci non ce la facevano. Erano tremendi. E tutti quegli sforzi peggioravano le cose.

 

giovedì 22 marzo 2012

Mary e le soap operas - Ovvero Tempesta d'Amore mi fa una sega

Sempre più spesso mi chiedo se sono io che attraggo fenomeni da baraccone, se sono io che sono schizofrenica o se invece semplicemente sono io che sono una testa di cazzo e non mi accorgo della merda che mi circonda. Nemmeno di quella che mi circonda nella sfera delle amicizie. Perchè si, sono stata protagonista di un ennesimo fatto soprannaturale, ma mentre di solito me li tengo per me (gli episodi soap opera intendo), questo non me lo posso proprio tenere dentro. Ma non perchè sia più eclatante di altri, semplicemente perchè 'sticazzi, why not?
Protagonista è una mia recentissima ormai EX amica, di cui non voglio fare né nome né cognome, per cui d'ora in avanti verrà chiamata Rosalina. Anche tutti gli altri nomi sono di pura invenzione, non vorrei mai che so, vedermi appioppare una bella querela (<-- l'inverosimile non conosce limiti nella mia vita, ormai si sa).
Bene, andiamo col racconto.

All'inizio del mese Rosalina mi dice che il sabato successivo sarebbero venuti i suoi a Milano e che avrebbe voluto farmeli conoscere. Io rispondo che ci sto molto volentieri.
Il venerdì sera (the day before) ci vediamo, ceniamo insieme in un ristorante Taiwanese, c'è anche Romeo, il suo fidanzato che già non pochi scazzi ha provocato tra me e lei in meno di una manciata di mesi. In parole povere è bello, simpatico, intelligente, socialmente attivo e chi più ne ha più ne metta, ma ha qualcosa sotto sotto di cui io non mi fido, qualcosa che non mi piace, oltre al fatto di provocarmi una gelosia incredibile per Rosalina. Anyway, serata tranquilla.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, faccio il dolce per la cena, crostata al cacao con crema alla vaniglia e lamponi di copertura; faccio la frolla, la metto a riposare in frigo, la tolgo dal frigo, la stendo, ne fodero una tortiera, la bucherello, ci metto un foglio di carta da forno che riempio di fagioli per tenere su il bordo; mentre la base cuoce faccio la crema e prendo i tuorli, lo zucchero e SBAM! Mi blocco: cazzo, lo zucchero, mi sono dimenticata di mettere lo zucchero nella base! Cerco di correre ai ripari spargendo ettogrammi di zucchero sulla base che cuoce, impreco e prendo a calci i mobili della cucina immaginando già i titoli delle prime pagine delle più importanti testate giornalistiche: "Vuole fare la pasticcera e si scorda lo zucchero", "Ma 'ndo vai se lo zucchero non ce l'hai?" o cose così. Va beh, non ci si può fare niente, come viene viene. (<-- ma già questo avrebbe dovuto mettermi in allarme, col senno di poi era un cazzo di presagio funebre mica da ridere)
Arrivo da Rosalina dopo code e code, con un leggero ritardo. Atmosfera abbastanza rilassata in casa, le presentazioni. Dopo qualche domanda di rito, ci sediamo a tavola, il padre a capotavola, io con lui a destra e Rosalina a sinistra, la madre di fronte, il fratello di fronte a Rosalina e Romeo all'altro capotavola.
Mangiamo dei salumi e chiacchieriamo, il padre mi dice che dal vivo sono molto più carina che in foto e sogghignando lo ringrazio e faccio la ricchiona. E' pronto il piatto principale, una specie di spezzatino stufato. Rosalina dice: "Datemi i piatti, dai", allora io e Romeo prendiamo i piatti di tutti, ci alziamo e ci mettiamo dietro Rosalina per farglieli riempire. Parlando parlando il padre di Rosalina le dice "Oh, stai attenta che questi due se la fanno tra di loro alle tue spalle..", io scoppio a ridere, pensando che sia una battuta, mi giro, dico una stronzata qualsiasi, mi rigiro verso lei e vedo la sua faccia incazzata. "Ma va, oh, ma stiamo scherzando?!?"
Niente, i piatti sono tutti pieni, ci sediamo a tavola e mangiamo. Intanto Rosalina e Romeo ricevono un sms da qualcuno del teatro che gli scrive che per una parte vogliono mettere una tipa che a quanto pare è incapace e allora parte discussione tra i due sul modo in cui evitare questa cosa. Indi per cui la conversazione in tavola è continuata tra me e il padre. Parliamo delle cose più disparate. Ogni tanto intervengono anche la madre e il fratello e poi tornano i due piccioncini.
Dolce che è buono uguale, caffè, sparecchiamento.
Rosalina si mette sul divano e scrive una mail al computer, la madre si alza e se ne va in camera, il fratello è passivissimo, rimaniamo a parlare io, Romeo e il padre. Ad un certo punto il padre si gira verso Rosalina e ancora insinua che io e Romeo stiamo flirtando, al che lei ci riguarda malissimo e dice una roba del tipo "Voi due smettetela perchè se no m'incazzo", senza esclamativi. Ovviamente io e lui c'inquietiamo perchè non sappiamo di che cazzo stanno parlando. Va beh.
Intanto il fratello quando lo guardo mi fa le labbrine alla Signorina Silvani e io distolgo lo sguardo.
Lavo i piatti, lei mi si avvicina e le chiedo se è tutto ok e mi dice "Eh, dai, dopo", scazzata.
Dopo un po' alziamo le tende (Rosalina fa dormire i suoi lì e lei da Romeo), salutiamo (la madre s'è messa a dormire da mo') e ce ne andiamo.
E qui viene il bello.
Entriamo tutti e tre in ascensore e lei scoppia: "Non vi azzardate mai più a mettermi in una situazione del genere! Mi avete messo in imbarazzo!"
E noi "Ma cosa?!?" C'è proprio la sensazione che Rosalina esploda e che noi ci spiaccichiamo contro le pareti dell'ascensore di riflesso. E continua, che suo padre è sensibile a queste cose e che se n'è accorto, che è stato imabarazzantissimo per lei, che, ecc.
Io non ci credo, le porte dell'ascensore si aprono, lei si allontana per andare a buttare la spazzatura, io e lui ci guardiamo increduli. Gli chiedo quando le devono arrivare. Lo chiedo anche a lei mentre torna verso di noi, "No, no, no" dice lei, io le dico di guardarmi negli occhi e di dirmi che cosa cazzo sta succedendo, mi guarda di sguincio, ripete quello che ha detto, le chiedo che cosa avremmo fatto per far credere una cosa del genere, mi risponde che è una questione di sguardi, di ammiccamenti, di sorrisi. "Ma non crederai davvero che io ci stia provando con Romeo?!" le dico e lei dice di no, ma che i suoi ora pensano di si.
Sto zitta, poi dico, va beh allora vuol dire che ci provo col mondo intero e non me ne rendo conto, scusa!
Usciamo dal portone, io non riesco a credere ad una cosa del genere.
La prendo per un gomito, le dico "Dai, è una presa per il culo, non è vero", si divincola, non è uno scherzo, è girata di profilo, non mi guarda.
"E vi rendete conto che ad un certo punto avete pure iniziato a ignorarmi e a non rivolgermi la parola?!"
Rewind nella testa, scena di lei che scrive furiosamente seduta sul divano con il portatile in braccio.
"Ma veramente sei stata tu che non ci hai più rivolto la parola!"
Intanto arriva anche il camioncino di quelli che puliscono le strade, non so che dire, mi giro a guardarla, non mi guarda.
E lì ho avuto l'unica soddisfazione della serata, vedere Romeo in crisi, per la prima volta da quando lo conosco, senza parole, con lo sguardo a pesce e la bocca che emetteva suoni bubblosi e indecifrabili.
Il camioncino è sempre più vicino, cosa dovrei dire d'altro? Prendo, faccio ciao con la mano e con la bocca e me ne vado.
Parto prima che arrivi il tipo della pulizia, parto in velocità, vedo loro nello specchietto che entrano in macchina, giro l'angolo e scoppio a piangere. Mi chiedo chi sarà la prossima cazzo di persona che amo e che mi si rigirerà contro con una stronzata del genere, mi vedo in un mezzo ad un cerchio di persone che col tempo scompaiono fino a lasciarmi sola solissima. Mi vedo a conoscere qualcuno e a non credere ad una parola di quello che dice, a non fidarmi, a vedere il male negli altri.
E io non sono così, sono una persona socievole, simpatica, estroversa, io voglio fidarmi della gente, voglio amarla e onorarla.
Finchè morte non ci separi.

martedì 20 marzo 2012

La vita, l'Universo e tutto quanto

                                                          
Gli abitanti meccanici del pianeta Krikkit sono stufi di guardare il cielo stellato sopra le loro teste, con tutto quell'inutile, monotono scintillio. Così decidono, semplicemente, di distruggerlo, facendo scomparire l'intero universo. Solo cinque individui possono opporsi ai loro folli piani: il terrestre Arthur Dent, viaggiatore dello spazio e del tempo, con il suo inseparabile amico alieno Ford Prefect, che giusto per provare una nuova esperienza, decide di andare fuori di testa; insieme a loro l'indomabile Slartibartfast, vicepresidente della Campagna per il Tempo Reale che viaggia su un'astronave alimentata dal comportamento irrazionale; il mostruoso Zaphod Beeblebrox, dotato di due teste e tre braccia, e la sensualissima Trillian. Per la strana brigata inizia così un'altra pazzesca avventura...

Questa la trama del terzo e penultimo episodio della meravigliosa quadrilogia della Guida Galattica. Adams, l'autore di questo immenso e spassoso capolavoro, l'ho conosciuto anni fa grazie a Cinzietta e siccome sono una ragazza che ama centellinare i veri piaceri della vita, ogni tanto mi gusto un nuovo episodio delle mirabolanti avventure di Arthur e i suoi amici stellari. Sono lì che mi aggiro per i corridoi della libreria, erro con due libri sottobraccio, indecisa su quale prendere, se prenderli entrambi, se mollarli lì definitivamente perchè ho comunque già i soliti 98674 tomi da leggere ancora intonsi sulla loro bella mensolina, se sbrigarmi per prendere il treno e arrivare a casa ad un'ora decente, se invece crociolarmi in quel bell'odore di carta a mazzi da 1000 quando IMPROVVISAMENTE il mio occhio cade su un volume del nostro supereroe Douglas e allora non ce n'è. E tutti i dubbi sono chiariti. E tutti i 98674 tomi possono anche continuare ad impolverarsi perchè prima di tutti gli altir è il suo turno. E allora nei giorni successivi potreste avere la possibilità d'imbattervi nella vostra eroina che ridacchia come una cogliona da sola sul treno a pagina 45 o a pagina 87, oppure potreste essere ammorbati dalla stessa che non può non leggervi quello spezzone:

Sorbendo una tazza di liquido imbevibile fornito dalla nutrimatica della Società Cibernetica Sirio, Trillian si era messa a consultare di nuovo la Guida galattica mentre la Cuore d'Oro viaggiava a velocità improbabili verso mete indefinite.
IMPOSSIBILITA' SPORTIVA, era stata la voce che, a un certo punto, aveva attratto la sua attenzione. In particolare le impossibilità che riguardavano lo sport del volo. La Guida galattica è abbastanza esauriente per quanto riguarda questo sport. Chiarisce per esempio che esiste un'arte, o meglio una tecnica del volo che non tutti sono in grado di applicare.
Tale tecnica consiste nel buttarsi giù dall'alto ed evitare di colpire il terreno.
"Scegliete una bella giornata" suggerisce la Guida "e provate a esercitarvi.
"La prima parte è facile. Basta gettarsi giù dall'alto a corpo morto senza pensare che ci si farà male.
"Cioè, ci si fa male naturalmente solo se non si riesce a evitare di colpire il terreno.
"La maggior parte della gente non riesce a evitare di colpire il terreno, e poichè di solito chi tenta ce la mette tutta, l'impatto, quando l'esperimento fallisce, è abbastanza scioccante.
"E' chiaro che le maggiori difficoltà si hanno nella seconda parte dell'impresa.
"Quella appunto in cui si deve cercare di non colpire il terreno.
"Il guaio è che il suolo va evitato accidentalmente, non premeditatamente. Se si parte con l'intenzione di mancarlo, non lo si manca mai. Bisogna che quando si è a metà del volo la propria attenzione venga distratta da qualcosa; in questo modo non si pensa più né al fatto che si sta cadendo né al rischio dell'impatto e alle conseguenze che questo potrebbe produrre.
"Tutti sanno che è assai facile stornare la propria attenzioen da queste tre cose nella frazione di secondo che si ha a disposizione. E' per questo che la maggior parte della gente fallisce e alla fine rimane delusa da questo sport particolarmente divertente e anche spettacolare.
"Se però si ha abbastanza fortuna da venire momentaneamente distratti nell'attimo cruciale da, mettiamo, un favoloso paio di gambe (tentacoli, pseudopodi, ecc. secondo il plylum e/o le inclinazioni personali), o una bomba che esplode nelle vicinanze, o la scoperta di un coleottero rarissimo che cammina su un ramo, si avrà la piacevole sorpresa di non colpire il suolo e di rimanere sospesi in modo apparentemente un po' stupido a pochi centimetri da esso.
"E' un momento, questo, in cui occorre concentrarsi con intensità e intelligenza.
"Si fluttua e si volteggia un po' a scatti. Si volteggia e si fluttua.
"Cercate di non pensare al fatto che avete un peso. Pensate solo a salire più in alto.
"E ascoltate quello che dicono i presenti, perchè è quasi scontato che dicano cose tutt'altro che utili.
"E' molto probabile per esempio che esclamino: - Dio buono, non è possibile che stia veramente volando!
"E' importantissimo non prestare ascolto a frasi del genere, perchè all'improvviso potrebbe succedervi di crederci.
"Continuate dunque a salire, a salire più in alto.
"Provate a planare un pochino, con grazia, poi sorvolate le cime degli alberi respirando regolarmente.
"NON SALUTATE NESSUNO CON LA MANO!
"Dopo che avrete compiuto alcune volte tutte queste operazioni, scoprirete di potere raggiungere sempre più facilmente un alto livello di distrazione. Saprete allora controllare il vostro volo, la vostra velocità, le vostre manovre. Il trucco consiste di solito nel non pensare troppo intensamente a quello che si vuole fare, ma nel lasciare che succeda come se fosse un fenomeno naturale.
"Imparerete anche ad atterrare bene, il che la prima volta non vi sarà certo facile, anzi...

Giusto per rimanere in tema, da sfracellarsi a terra dal ridere.. Beh, senza dubbio lo consiglio a tutte le persone a cui piace un senso dell'umorismo fuori dalla norma, a chi ama della sana e imprevedibile, nonché improbabile avventura e a cui poi piace unire entrambe le cose per riflettere  sulla pazzia della natura umana. Enjoy!  

Scrutò l'orizzonte in lontananza, come sperando che il vento a quel punto gli sollevasse con bell'effetto i capelli dalla fronte, ma il vento lo deluse perchè era indaffarato a gingillarsi con alcune foglie non lontane di là.

Scosse la testa con un movimento lieve, come se volesse fare scendere il cervello più in basso, dentro il cranio.

Tutto era tranquillo. Intorno a loro l'erba era mossa delicatamente dal vento. Gli uccelli esprimevano cantando la loro opinione sul panorama idilliaco, e sembrava in effetti un'opinione positiva.

Si rannicchiò con aria guardinga, come aveva visto fare in televisione, ma senza molto successo: evidentemente l'attore della tivù aveva le ginocchia più forti delle sue.

E' sbagliato pensare di risolvere grossi problemi con il solo ausilio delle patate fritte.

- Trillian? - disse. - E' solo una bambina. Intelligente, sì, ma emotiva. Sai come sono le donne. O forse no, non lo sai. Immagino di no. Se lo sai però non voglio che mi racconti niente.


lunedì 19 marzo 2012

Casino Totale

C'è una pila semi-infinita di libri sulla mia scrivania. Libri che ho letto e che aspetto di pubblicare qui sul blog prima di metterli a posto, in maniacale ordine alfabetico per autore in una delle 89760476950764 mensole che spuntano fuori in ogni angolo di casa. Un'altra tra le altre mille cose che continuo a rimandare, perchè sono una ragazza pigra e indolente. E così ho deciso, per sfoltire la pila, di iniziare a fare le bozze delle mie 'recensioni', copiando la trama in quarta di copertina e le citazioni sottolineate, così da poterne mettere via un po'. E così sto facendo da sabato, more or less. E stasera è toccato a Casino Totale, ma riportando le citazioni, mi sono ricordata piano piano il libro, il momento in cui l'ho letto (si era, ancora, ai tempi del call center cacato), le sensazioni che mi ha dato e quindi, presa un po', ho deciso di finire e pubblicare ora. Dunque, tanto per cominciare, se siete cattolici ferventi e praticanti, ve lo sconsiglio vivamente: potrebbe nuocere al vostro buon umore. Ma io che non conosco nessuno dio, me ne sono fottuta altamente. E anzi, ho apprezzato. In particolar modo la rabbia che prova Montale (il protagonista nonchè voce narrante del romanzo)  nei confronti di un dio in cui non crede: quando intorno a sé vede sofferenza e violenza gratuita e degenerazione.  La stessa che provo io e che ho provato in passato e che mi ha fatto accendere la miccia dell'ateismo. Se anche voi ve ne fottete o invece volete comunque leggere questo libro sappiate che vi ritroverete in una Marsiglia appiccicosa e assolata e cattiva. Vista da uno sguardo amareggiato, ma incredibilmente innamorato della vita. Scoprirete, sempre che già non lo sappiate e allora ignorante me, l'incredibile ed esotica mescolanza di maghrebini, italiani e francesi: amore e odio e forza.

Che dire, tutto sommato il libro mi è piaciuto, sono molto belle le considerazioni esistenziali di Montale con cui mi sono trovata spesso d'accordo, bella anche l'ambientazione e sapere che una città così relativamente vicina in linea d'aria a dove vivo io è anche così diversa e così uguale a qui. Se però aprendo la prima pagina, state cercando di zittire la fame di noir che normalmente un Bunker, un Ellroy, un Lansdale o un Leonard saziano in maniera spropositata, rimarrete leggermente a bocca asciutta. Il casino totale c'è, i protagonisti incastrati e traditi e desiderosi di vendetta ma anche intelligenti, ci sono, c'è pure la pupona e il carico di amore insaziabile che si porta dietro, però non saprei, saranno appunto l'ambientazione e il troppo filosofeggiare che smorzano il tutto, sarà che è un libro francese (senza discriminazioni), ma non convince in questo senso.
Ordunque ecco a voi la trama riportata papale papale dalla quarta di copertina:

Dopo anni di vagabondaggio nei mari del Sud, Ugo torna a Marsiglia per vendicare Manu, l'amico di gioventù assassinato dalla malavita. Ma anche lui resta ucciso e toccherà a un terzo amico, Fabio Montale, il compito di fare giustizia.
Tutti e tre - Ugo, Manu e Montale - sono cresciuti nei vicoli poveri del porto di Marsiglia. Assieme hanno fatto i primi furtarelli, poi qualche rapina, ma hanno anche condiviso i sogni di paesi esotici, i primi dischi e i primi libri, le nuotate in mare, le ubriacature. E soprattutto hanno amato la stessa donna, Lole. Poi le strade si sono separate: Manu si è perso in giochi criminali troppo grandi, Ugo è partito, Montale è diventato uno strano poliziotto, più educatore di strada nei quartieri difficili che sbirro. Ora dovrà sostenere un'inchiesta durissima contro tutto e tutti, in una città, Marsiglia, simbolo di un Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, tra due colori: l'azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell'odio.


E ora, dopo tanto parlarne, eccole, le citazioni, perlopiù l'io di Montale che ce l'ha con il mondo intero.
Un po' come me.
;)

Gli piaceva che Lole fosse avara di parole, di spiegazioni. Il silenzio rimetteva in ordine la loro vita. Una volta per tutte.

Sognava sempre di essere in un posto diverso da quello dove si trovava. In un bordello di Harar. Nella prigione di Tijuana. Sull'espresso Roma-Parigi. Ovunque. Ma sempre altrove. Invece quella notte aveva sognato di dormire da Lole. Proprio dov'era, a casa di lei. Sorrise.

Alle sue domande non aveva mai trovato risposte. C'erano solo domande. Nessuna risposta. L'aveva capito, ecco tutto. Non era molto, ma era più sicuro che credere in Dio.

Ricordavo che Aznavour cantava: La miseria è meno dura al sole. Sicuramente non era mai venuto fin qui. Fino a questo ammasso di merda e cemento.

E mi vedeva steso a terra. Cinque colpi sulla schiena, come per Manu. O tre, come per Ugo. Tre o cinque, non cambiava nulla. Ne bastava uno per andare a leccare la merda nei canali di scolo.

Quando rientrai dal metrò, era già notte. Quasi le dieci. Ero esausto. Troppo svuotato per tornare a casa. Avevo bisogno di andare un po' in giro. Di vedere gente. Di sentire palpitare qualcosa che somigliasse alla vita.

Sapevamo che saremmo finiti a letto, e volevamo che accadesse il più tardi possibile. Quando il desiderio sarebbe diventato insopportabile. Perchè, dopo, la realtà avrebbe ripreso il sopravvento. Sarei ridiventato un poliziotto e lei una prostituta.

Se Dio fosse esistito, l'avrei strozzato lì sul posto. Senza pietà. Con la rabbia dei dannati.

E' nei momenti di dolore che si riscopre di essere un esiliato. Mio padre me lo aveva spiegato.

Per la prima volta, misi in conto che capire non mi sarebbe probabilmente bastato. Capire significa aprire una porta, ma raramente si sa cosa c'è dietro.

Misi la sveglia alle due e mi sdraiai sulle lenzuola blu, esausto. Con lo sguardo di Lole su di me. Il suo sguardo quando il suo corpo era scivolato sul mio. Nero come l'antracite, millenni di nomadismo. Leggero come la polvere delle strade. Cera il vento, troverai la polvere, dicevano i suoi occhi.

"Cosa ne pensi?"
"Penso che lo sguardo degli altri è un'arma di morte".

Mi lasciai cadere sul fianco. Mi guardò un attimo e fu sul punto di dirmi qualcosa. Invece, sorriese. Un sorriso dolce, e neppure io seppi cosa dire. Restammo così, in silenzio, guardando altrove. Già alla ricerca, ognuno per conto suo, di una possibile felicità. Quando la lasciai, era solo una puttana. E io, come sempre, nient'altro che uno sbirro.
E senza dubbio, ciò che mi aspettava fuori dalla porta era la schifezza del mondo.

L'amicizia non tollera debiti.

L'impressione di freschezza era svanita. Avevo voglia di andarmene, di essere sulla mia barca, al largo. Il mare e il silenzio. L'umanità intera mi usciva dagli occhi. Tutte quelle storie non erano altro che la parte più infima della schifezza del mondo. Su grande scala: guerre, massacri, genocidi, fanatismo, dittature. C'era da credere che, venendo al mondo, il primo uomo si era sentito talmente fregato che nutriva solo odio. Se Dio esiste, siamo dei figli di puttana.


mercoledì 7 marzo 2012

Revolutionary Road

 Risale a qualche anno fa l'uscita del film tratto da questo libro. Interpreti la coppia d'assi Kate Winslet e Leonardo Di Caprio. Ricordo di essere stata molto colpita da quel film, temi come lo scoppiare di una coppia e la voglia di fuggire pullulano la mia mente da mattina a sera, era pane per i miei denti. Poi scopro che effettivamente si trattava appunto di una trasposizione cinematografica di un romanzo di Richard Yates e mi sono sempre riproposta di leggere qualcosa di lui; purtroppo/per fortuna è uno scrittore abbastanza famoso ma trovare dei libri suoi in libreria è un'impresa piuttosto sfiancante. Se ne trovano sicuramente di più online. E sono passati quel paio d'anni finchè l'ultimo giorno della mia mini vacanza novembrina a Londra, complice il mega ritardo dell'andata durante il quale avevo finito "La solitudine dei numeri primi", mi ritrovavo sprovvista di letture. Aggirandomi tra le bancarelle di un mercatino bellissimo di cui non ricordo il nome mi sono incappata in un altro libro di Yates "Easter Parade" che ho subito comprato e che nei successivi giorni è diventato una vera ossessione. Ed è stato lì che ho deciso di leggere l'intera sua bibliografia. Richard Yates, un uomo, un mito. Niente svolazzi, niente fronzoli, solo la natura nuda e cruda dell'uomo, dei suoi impulsi primari mischiati alle costrizioni della società. Non si sta comodi a leggere un suo romanzo, si è sempre accompagnati da una sensazione di scomodità, di grettezza, di sudore e fetore umano che cercano di elevarsi in un'Ammerica borghese degli anni '50. Da una parte l'esplosione dell'ottimismo del sogno americano, dall'altro la realtà. Disegnata crudamente, ma senza volgarità. Quella con dentro i nostri pensieri più nascosti, allora come oggi. Quella che cerchiamo in tutti i modi di camuffare. Lui la scopre, in una maniera che oserei definire educata, naturale, senza gli schiaffi in faccia di un Bukowski o la fantascienza di un Philip K. Dick. S'insinua piano piano nella crepa di un muro e poi butta giù la casa con tutte le fondamenta.

Da un po' di tempo a questa parte ho poi deciso di tagliare definitivamente con le traduzioni e di conseguenza di leggere i libri e guardare i film in lingua originale per quanto mi è possibile. E che ve lo dico a fare, ci si guadagna alla grande. Quindi per quelli che non ne capiscono, mi spiace, non sapete quello che vi perdete..

Ecco la trama:

Hailed as a masterpiece from its first publication, Revolutionary Road is the story of Frank and April Wheeler, a bright young couple who are bored by the banalities of suburban life and long to be extraordinary. With heartbreaking compassion and clarity, Richard Yates shows how Frank and April's decision to change their lives for the better leads to betrayal and tragedy.

E le citazioni, sempre in english:

Mrs. Givings's cosmetics seemed always to have been applied in a frenzy of haste, of impatience to get the whole silly business over and done with, and she was constantly in motion, a trim, leather-skinned woman in her fifties whose eyes expressed a religious belief in the importance of keeping busy.

"I mean talk about decadence," he declared, "how decadent can a society get? Look at it this way. This country's probably the psychiatric, psychoanalytical capital of the world. Old Freud himself could never've dreamed up a more devoted bunch of disciples than the population of the United States - isn't that right? Our whole damn culture is geared to it; it's the new religion; it's everybody's intellectual and spiritual sugar-tit. And for all that, look what happens when a man really does blow his top. Call the Troopers, get him out of sight quick, hustle him off and lock him up before he wakes the neighbors. Christ's sake, when it comes to any kind of a showdown we're still in the Middle Ages. It's as if everybody'd made this tacit agreement to live in a state of total self-deception. The hell with reality! Let's have a whole bunch of cute little winding roads and cute little houses painted white and pink and baby blue; let's all be good consumers and have a lot of Togetherness and bring our children up in a bath of sentimentality - Daddy's a great man because he makes a living, Mummy's a great woman because she's stuck by Daddy all these years - and if old reality ever does pop out and say Boo we'll all get busy and pretend it never happened."

He found that if he focused his eyes on her mouth so that the rest of her face was slightly blurred, and then drew back to include the whole length and shape of her in that hazy image, it was possible to believe he was looking at the most desirable woman in the world.

I remember looking at you and thinking 'God, if only he'd stop talking.' Because everything you said was based on this great premise of ours that we're somehow very special and superior to the whole thing, and I wanted to say 'But we're not! Look at us! We're just like the people you're talking about! We are the people you're talking about!'

How small and neat and comically serious the other men looked, with their gray-flecked crew cuts and their button-down collars and their brisk little hurrying feet! There were endless desperate swarms of them, hurrying through the station and the streets, and an hour from now they would all be still. The waiting mid-town office buildings would swallow them up and contain them, so that to stand in one tower looking out across the canyon to another would be to inspect a great silent insectarium displaying hundreds of tiny pink men in white shirts, forver shifting papers and frowning into telephones, acting out their passionate little dumb show under the supreme indifference of the rolling spring clouds.

Sometimes there was a glint of humor in these embraces of the eye: I know I'm showing off, they seemed to say, but so are you, and I love you.

Oh, he remembered the avenues of Paris, and the trees, and the miraculous ease of conquest in the evenings (...) and the mornings, the lost blue-and-yellow mornings with their hot little cups of coffee, their fresh rolls, and their promise of everlasting life.

His whole adult life had been spent as a minor official of the seventh largest life insurance company in the world, and now in retirement it seemed that the years of office tedium had marked him as vividly, as old seafaring men are marked by wind and sun.

She cried because she'd had such high, high hopes about the Wheelers tonight and now she was terribly, terribly, terribly disappointed. She cried because she was fifty-six years old and her feet were ugly and swollen and horrible; she cried because none of the girls liked her at school and none of the boys had liked her later; she cried because Howard Givings was the only man who'd ever asked her to marry him, and because she's done it, and because her only child was insane.

"Okay; I know; it's none of my business. This is what old Helen calls Being Tactless, Dear. That's my trouble, you see; always has been. Forget I said it. You want to play house, you got to have a job. You want to play very nice house, very sweet house, then you got to have a job you don't like. Great. This is the way ninety-eight-point-nine per cent of the people work things out, so believe me buddy you've got nothing to apologize for."

"Wow," he said. "Now you've said it. The hopeless emptiness. Hell, plenty of people are on to the emptiness part; out where I used to work, on the Coast, that's all we ever talked about. We'd sit around talking about emptiness all night. Nobody ever said 'hopeless', though; that's where we'd chicken out. Because maybe it does take a certain amount of guts to see the emptiness, but it takes a whole hell of a lot more to see the hopelessness. And I guess when you do see the hopelessness, that's when there's nothing to do but take off. If you can.