sabato 24 marzo 2012

Factotum

Un'altra delle poche certezze della mia vita, oltre al fatto che non diventerò mai anoressica, che la mia famiglia è composta da pazzi scatenati e che sguazzo nell'incertezza perenne è IL DISAGIO: quello che danno tutte le suddette cose insieme, unite ad un pizzico di inguaribile senso di inadeguatezza, a 100 gr di voglia di isolamento e a 350 ml di schifo per l'umanità e la sua grettezza che però si aggiunge alla totale consapevolezza di farne parte. Ecco, di questo disagio parlo.  Pochi autori come Bukowski riescono a trasmettere questa sensazione e ci si ritrova ogni volta a soffrire come cani a leggere un suo libro, a stare scomodi in qualsiasi posizione a preferire ascoltare l'Ipod piuttosto che riprendere in mano il suo libro appena iniziato. Eh, ma mica ce la si fa. Ad un certo punto l'Ipod lo pausi e apri alla pagina con l'orecchietta lasciata dalla mattina. E lì, ci sei tu, cara Marilu (<-- rima da Oscar), un grosso pezzo di te, quello che vuole sempre scappare da tutto e da tutti, quello che non è mai contento del presente e di quello che ha, quello delle perversioni, quello dell'estrema volgarità e maleducazione gratuite. Ecco la trama di questo, che tra l'altro non è neanche uno dei più scomodi:
Avventuroso e osceno, divertito e disperato, sboccato e insieme lirico, Factotum, il romanzo che rivelato Bukowski al pubblico italiano, è innanzitutto e soprattutto un romanzo "on the road", e Henry Chinaski, l'alter ego dell'autore, nè il suo protagonista assoluto. Un factotum appunto - nel senso che passa indifferentemente da un mestiere all'altro - che attraversa l'America vivendo alla giornata, affidandosi all'improvvisazione e al caso, pronto a seguire il primo richiamo ma fedele a un destino che si trasforma in uno stile di vita di lavori manuali, sesso intenso e sfrontato, sbornie quotidiane: un'esistenza in cui "randagità" e precarietà rimano prepotentemente con libertà e verità.

E qui alcune citazioni:  

Ero solo per la prima volta da cinque giorni. Ero il tipo che vive di solitudine; senza solitudine ero come un altro uomo senza cibo o senz'acqua. Ogni giorno passato senza solitudine mi indeboliva. Non ero orgoglioso della mia solitudine; ma dovevo poterci contare.
  
L'anima dell'uomo ha radici nello stomaco.

La porta si chiuse. Tornai in camera mia e cominciai a fare i bagagli. Fare i bagagli è sempre divertente.

 Si tirò su la sottana. Era come l'alba della vita e dell'allegria, era il vero significato del sole. Mi avvicinai, mi sedetti sul divano vicino a lei e la baciai.

 "Ti piacciono le tende?" mi chiese Wilbur. "Le ragazze hanno cucito queste tende per me. Sono ragazze piene di talento".
Guardai le tende. Facevano vomitare. Piene di fragolone rosse, circondate da gambi gocciolanti.
"Belle", dissi.

 Mary Lou girò sui tacchi e se ne andò. Seguii con lo sguardo quelle natiche dondolanti in quel corpo lungo. Magica. Certe donne sono magiche.

 Poi ci fu la festa di Natale. Il 24 dicembre. Ci doveva essere da bere, da mangiare, musica, balli. Non mi piacevano le feste. Non sapevo ballare e la gente mi spaventava, specialmente alle feste. Cercavano tutti di essere sexy, allegri e spiritosi e anche se speravano di riuscirci non ce la facevano. Erano tremendi. E tutti quegli sforzi peggioravano le cose.

 

Nessun commento: